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Basta incentivi alla geotermia. Lettera al Governo e richiesta d’incontro

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Abbadia San Salvatore (SI), 27.09.2020

A:
Sen. Stefano Patuanelli, Ministro dello Sviluppo Economico
Gen. Sergio Costa, Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare
On. Teresa Bellanova, Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali
On. Roberto Speranza, Ministro della Salute

e, pc:
Prof. Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio dei Ministri
On. Stefano Buffagni, ViceMinistro allo Sviluppo Economico
On. Mirella Liuzzi, Sottosegretario al MISE
On. Alessia Morani, Sottosegretario al MISE
Dr. Gianpaolo Manzella, Sottosegretario al MISE
Dr.ssa Alessandra Todde, Sottosegretario al MISE
On. Roberto Morassut, Sottosegretario di Stato all’Ambiente
On. Giuseppe L’Abate, Sottosegretario di Stato alle politiche agricole
Sen. Pierpaolo Sileri, ViceMinistro della Salute
Sen. Vito Claudio CRIMI, Capo politico del M5S
On. Nicola Zingaretti, Segretario del PD

Gentili Ministri,

facciamo seguito alla lettera inviata al Governo in data 29.07.20 e, più recentemente, in data 24.08.20 sui sussidi ambientalmente dannosi (SAD), in cui si ribadiscono i contenuti avversi alla concessione di incentivi alla geotermia elettrica.

Tale forma di produzione energetica dà luogo, nella quasi totalità degli impianti geotermoelettrici della Toscana (l’unica regione ad avere oggi impianti geotermici) alla massiccia emissione di sostanze nocive e climalteranti (attraverso la tecnologia “flash”), mentre i nuovi impianti binari non forniscono alcuna garanzia in merito alla possibilità di reiniettare i gas incondensabili contenuti nei fluidi nelle formazioni di provenienza e possono provocare terremoti (anche di forte intensità) e depauperamento ed inquinamento delle falde acquifere.

Non è più ammissibile incentivare e conseguentemente realizzare centrali che inquinano, sono pericolose ed allo stesso tempo inefficienti e costose.

La Regione Toscana, pur favorevole al geotermico, ha recentemente negato l’intesa sul progetto pilota “Montenero” ed ha espresso parere negativo sulla procedura di V.I.A. del progetto pilota “Monte Labbro”, impianti in prima fila contestati dai sindaci.

La stessa legge della Regione Toscana n.73 del 24.07.2020 sulle ANI (aree non idonee alla geotermia)(*), dopo un’ampia mobilitazione contraria della scrivente Rete Nazionale NOGESI, è stata impugnata dal Consiglio dei Ministri nella ultima seduta del 10 settembre 2020, perché in contrasto con la Costituzione.

Del resto nella Regione Lazio (che ha proposto in sede giudiziaria ricorsi contro gli impianti geotermici “pilota” di Castel Giorgio e Torre Alfina) si sta discutendo in questi giorni il PER (Piano Energetico Regionale). Emergono elementi di contrarietà nei confronti di impianti a media e ad alta entalpia e indicazioni a considerare anche, tra gli altri, la tipologia di impianto, la vocazione economica del territorio, il fattore di rischio sismico. Nei procedimenti autorizzatori si dovrà tenere conto non solo dei vincoli paesaggistici, ambientali, urbanistici, boschivi, agricoli e/o produttivi, ma anche dell’espressione della volontà dei Comuni del territorio.

Più recentemente la stessa Unione Europea, che è stata investita dalla problematica da parte della Rete Nazionale NOGESI, ci ha trasmesso uno studio commissionato dalla Commissione Europea intitolato ‘Geothermal plants’ and applications’ emissions: overview and analysis’ (“Emissioni delle applicazioni e degli impianti geotermici: quadro generale e analisi”). Uno dei risultati dello studio è, in linea con la recente DIRETTIVA (UE) 2018/2001 (“considerato” n. 46), che le emissioni provenienti dalle centrali geotermiche dipendono fortemente dalle condizioni geologiche locali e possono essere importanti e dannose. Nelle attività di promozione delle fonti energetiche rinnovabili la Commissione tiene conto anche dei risultati e delle raccomandazioni di questo studio.

Questo studio discute in maniera approfondita anche la scelta dell’Italia di non includere nel suo inventario di Gas a Effetto Serra le emissioni di CO2 dalle sue centrali geotermiche, perché queste emissioni (dirette e misurabili) verrebbero compensate da una riduzione delle emissioni naturali dal suolo nelle vicinanze delle centrali.

Nelle nostre comunicazioni e pubblicazioni, abbiamo sempre sostenuto che questa scelta si basa su una pura ipotesi priva di dati e argomenti scientifici.

Le conclusioni dello studio europeo (p. 186) confermano il nostro punto di vista : “”For all these reasons we concluded that in the absence of additional scientifically based data the effect of geothermal plant operation on CO2 emissions through natural pathways should not be taken into account in the present study.(“Tutto considerato abbiamo concluso che, in assenza di dati scientifici supplementari, per quanto riguarda questo studio l’effetto dell’esercizio di centrali geotermiche sulle emissioni di CO2 attraverso vie naturali non dovrebbe essere preso in considerazione”).

Lo studio rimarca che questa conclusione corrisponde alla posizione presa da Fridriksson et al. (2016). In questa pubblicazione, Fridriksson propone di assumere ex-ante, per centrali geotermiche con serbatoi carbonatici, un fattore di emissione di CO2 di 750 g/kWh.

Alla luce di tutto questo è del tutto evidente che impianti come le centrali geotermoelettriche a ciclo aperto della Toscana sono da escludere dall’incentivazione dei decreti FER.

Come detto, con maggiori dettagli, nella lettera già citata (allegato geo.2636) queste centrali sono, inoltre, da considerare come “sussidi ambientalmente dannosi”. Secondo gli ultimi dati scientifici, sono da considerare tali anche sussidi a centrali geotermiche a ciclo chiuso (“binari”) progettati nei campi geotermici laziali, umbri e toscani (e quindi sono da escludere dall’incentivazione dei decreti FER), perché comportano gravi rischi per l’ambiente:

– il rischio di indurre e innescare terremoti anche distruttivi,

– il rischio di depauperare e inquinare le falde acquifere superficiali.

Sono soprattutto tre le recenti pubblicazioni ed eventi che confermano l’esistenza reale di questi rischi:

– Lo studio “Valutazioni sulla pericolosità vulcanica e sismica inducibile dallo sfruttamento dell’energia geotermica nei siti di Bagnoli, Scarfoglio (Campi Flegrei) e Serrara Fontana (Isola d’Ischia) (da pag.40)”, Relazione di approfondimento a cura del GRUPPO DI LAVORO INGV “PERFORAZIONI GEOTERMICHE” dell’INGV, che ha effettivamente impedito la realizzazione dei progetti geotermici di Scarfoglio e Serrara Fontana,

– il terremoto di Pohang nel 2017 e le sue analisi scientifiche che concludono che questo terremoto distruttivo di magnitudo 5,4 era stato innescato da attività connesse a un progetto geotermico, e

– la recente pubblicazione di R. Schiavone, G. De Natale, A. Borgia, C. Troise, R. Moretti, R. Somma: Seismogenic potential of withdrawal-reinjection cycles: Numerical modelling and implication on induced seismicity. Geothermics 85 (2020), p. 101770), che evidenzia i rischi non quantificabili connessi a progetti geotermici con iniezione di grandi quantità di fluidi in contesti geologici complessi, dov’è assente la comunicazione tra serbatoio di produzione e serbatoio di reiniezione, e dove l’iniezione avviene in zone di faglia (come è il caso per esempio per gli impianti pilota progettati a Castel Giorgio (Umbria) e Torre Alfina (Lazio).

Come ha avuto modo recentemente di dichiarare il Ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli, durante la conferenza stampa al Senato per la presentazione del decreto sulle comunità energetiche, il DM Fer 2 sarà pronto “penso entro settembre” al termine della concertazione con gli altri ministri coinvolti (Ambiente e Politiche agricole).

Per questo rinnoviamo la richiesta che il D.M. FER 2 di prossima approvazione non preveda “l’incentivazione” delle centrali geotermoelettriche flash ed a ciclo binario, chiedendo comunque di essere ricevuti dal MISE come delegazione della Rete Nazionale NOGESI dei territori della Toscana, Lazio e Umbria in una data utile rispetto all’emissione del decreto, per portare la nostra esperienza e la documentazione (comunque già inviata nelle copiose lettere al Governo) che attesta le criticità ambientali ed i rischi al territorio, al suo ecosistema, alle acque idropotabili, alla salute dei cittadini residenti nei Comuni limitrofi alle centrali (la riunione prevista dal MISE il 12 marzo 2020 è stata annullata per via della pandemia in corso).

Rete Nazionale NOGESI

(*) Legge della Regione Toscana n.73 del 24.07.2020 sulle ANI:
CAPO II – Disposizioni in materia di geotermia
Art. 2 – Applicazione della disciplina delle aree non idonee
1. L’individuazione delle aree non idonee per l’installazione di impianti di produzione di energia geotermica in Toscana effettuata mediante la deliberazione del Consiglio regionale 7 luglio 2020, n. 41 (Modifica del Piano ambientale ed energetico regionale (PAER) ai fini della definizione delle aree non idonee per l’installazione di impianti di produzione di energia geotermica in Toscana. Adozione ai sensi dell’articolo 19 della l.r. 65/2014) è immediatamente efficace e si applica anche ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore della presente legge.

Non solo geotermia. SEMPRE PIU’ MOBILITAZIONE NECESSARIA CONTRO I PESTICIDI

Non solo rischio centrali per le aree geotermiche, soprattutto quelle a cavallo fra alto Lazio, Umbria e bassa Toscana, ma una pericolosa tendenza alla monocoltura della nocciola e dei pesticidi in agricoltura. Riceviamo e volentieri pubblichiamo il comunicato di GDL” Monoculture e fitofarmaci” – RIPA (Rete Interregionale Protezione Ambiente)

 

Sempre più raramente (per fortuna) i giornali pubblicano articoli a favore dei pesticidi, visto che la UE ha negli ultimi mesi ha imbracciato la necessaria riduzione di essi: il 25-27% della produzione di gas serra è dovuto all’agricoltura, e che per questo  l’Europa ha deciso di ridurre del 50% l’uso di sostanze chimiche entro il   2030  e ha promosso un programma come Farm to fork. Ma ancora questa cultura “arretrata” è viva: lo testimonia il processo tenuto ieri a Karl Bär, referente per la politica agricola dell’Istituto per l’Ambiente di Monaco di Baviera e Alexander Schiebel, che ha raccontato la battaglia dei cittadini contro i pesticidi nella città di Malles Venosta (BZ), denunciati per diffamazione da istituzioni e contadini.

L’ONU stessa dichiara che ci sono circa 200.000 morti l’anno per colpa dei pesticidi. Per questo motivo a gennaio del 2020 ha inviato la professoressa Hilal Elver, professore di ricerca e codirettrice del progetto sui cambiamenti climatici globali, la sicurezza umana e la democrazia ospitato all’interno dell’Orfalea Center for Global & International Studies, nonché illustre borsista presso la University of California Los Angeles Law School (UCLA) Resnick Food Law and Policy Center, per controllare lo stato dell’arte in Italia. Nel suo report  tra le tante cose ha dichiarato: “la presenza di fertilizzanti contraffatti e tossici piuttosto diffusi, che vengono importati o assemblati in Italia e spesso utilizzati da lavoratori senza le adeguate competenze e in mancanza di misure di sicurezza sono solo alcune delle diverse pratiche diffuse illegali.”.

Con questo nessuno vuole accusare nessuno ma è pur vero che a giugno di quest’anno sono state sequestrate dalle autorità italiane 16,9 tonnellate di pesticidi illegali, per un valore di 300mila euro, trovati in un deposito in provincia di Viterbo, a Vetralla.

Nessuno criminalizza le nocciole, la questione non riguarda la singola coltivazione delle nocciole ma le centinaia di ettari che sono state autorizzate nel Lazio, in Umbria e in Toscana; nelle ultime due regioni le nocciole non sono colture tradizionali. Sul lago di Bolsena l’agricoltura produce in abbondanza ortaggi: verdure, pomodori vari e il pomodoro scatolone, cipolle, cetrioli, peperoni, melanzane, zucchini, pomodori e frutta (pesche, albicocche, susine, prugne, fragole, pere, ciliegie, meloni, cocomeri) olio di oliva e delicatissimi vini. Nei terreni intorno al bacino del lago si coltivano inoltre i legumi: fagioli, lenticchie, ceci, patate. Sull’altopiano dell’Alfina troviamo viti, ulivi, patate, legumi, pascoli e seminativi. In Toscana la maggior parte delle coltivazioni sono grano, vite, olivi e vivai. In Umbria la maggior parte sono vite, l’olio, il frumento, in nessuno di questi luoghi il nocciolo è coltura tradizionale.

Impiantare nocciole dove per farle crescere è necessario fare pozzi e impianti di irrigazione a goccia (si ricorda che nelle zone vocate, Capranica, Caprarola, Fabbrica di Roma ecc, difficilmente si trovano questo genere di cose anche se alcuni comuni hanno ormai SAU dell’80% dedicate alle nocciole, comuni non più in grado di sfamarsi in caso di crisi) significa utilizzare una preziosa risorsa pubblica per fini privati in modo irresponsabile. E qui nasce il problema poiché oltre a snaturare un territorio con altre vocazioni e modificare in modo permanente i paesaggi, le monocolture di nocciole richiedono acqua, preziosa in zone siccitose ma ancor più preziosa in zone ad alto valore naturalistico come nel caso dei SIC (siti di interesse comunitario) di cui il lago di Bolsena fa parte.

Sicuramente gli autori degli articoli sapranno che, come ha scritto  l’ingegner Piero Bruni sul sito dell’Università della Tuscia“ Il lago di Bolsena è circondato da vulcaniti che sono porose e permeabili. Le piogge percolano attraverso il terreno ed alimentano un grande falda acquifera. Il lago di Bolsena è la parte affiorante della falda acquifera. Il bacino idrogeologico è la parte della falda acquifera che ricarica il lago per vie dirette, superficiali ed ipogee. Il bacino idrogeologico è delimitato da spartiacque sotterranei. Le piogge che cadono fuori dal bacino idrogeologico alimentano i bacini confinanti (Tevere, Fiora, ecc.) … Il tempo di ricambio è dato dal numero di anni necessari per defluire attraverso l’emissario l’intero volume del lago. Negli anni 40 era di 120 anni, ora è di oltre 300 anni. La portata del Marta era di 2,4 mc/sec. Ora è 0,9 mc/sec. Questo perché sono stati trivellati oltre 1000 pozzi per uso potabile ed irriguo che sottraggono acqua dalla falda prima del suo arrivo al lago. In aggiunta le piogge sono diminuite durante lo stesso periodo del 10%”.

Queste poche righe sarebbero già da sole abbastanza per capire che i noccioli nella zona del Lago di Bolsena e dell’altopiano dell’Alfina sono insostenibili, così come lo sono in quei comuni dove non vi è più un’economia diversificata e per questo ricca, ma un economia dipendente esclusivamente dalle nocciole e che in caso di problematiche alle stesse non avrebbe altri introiti, inoltre, sicuramente i giornalisti che hanno scritto i due articoli sapranno che nei comuni della Tuscia come Capranica , Caprarola , Fabbrica di Roma, Corchiano, Ronciglione  ecc  vi è sempre più una folta schiera di cittadini residenti che sono ostaggio di prassi agricole insostenibili e dannose per la salute,  ma se questo non basta bisogna andare a guardare la situazione di un altro lago quello di Vico, lo stesso infatti è oggetto di attenzioni da parte delle istituzioni e non è un caso che in data 16/6/2020 l’ottava commissione della Regione Lazio abbia ascoltato le parti in causa e che quasi tutte le parti fossero d’accordo sul fatto che l’antropizzazione del lago e in particolare modo l’uso di pesticidi e concimi chimici abbiano contribuito in modo notevole all’impossibilità dell’utilizzo dell’acqua del lago a scopo umano.

È ovvio quindi che proprio per via delle conseguenze che le monocolture hanno sui territori, ormai di pubblico dominio, le persone si oppongano a questo tipo di colonizzazione soprattutto in luoghi ove questo tipo di colture (per esempio le nocciole) non erano presenti prima. Ed è ovvio che in questi luoghi i cittadini si oppongano al punto da far inserire la monocoltura della nocciola nella Tuscia nell’atlante dei conflitti ambientali,  la prima piattaforma web italiana geo referenziata, di consultazione gratuita, costruita con la collaborazione di dipartimenti universitari, ricercatori, giornalisti, attivisti e comitati territoriali, che raccoglie le schede descrittive dei maggiori disastri ambientali italiani.

Immagine da un articolo di TerraNuova sui noccioleti: https://www.terranuova.it/News/Agricoltura/Noccioland-noccioleti-intensivi-e-rischi-per-ambiente-e-salute

Scrive Stefano Liberti giornalista dell’Internazionale: “Anche grazie al sostegno della regione Lazio, la Ferrero punta ad aumentare qui le superfici di altri diecimila ettari entro il 2025. Così nuovi impianti stanno proliferando, occupando zone dove normalmente gli alberi non c’erano. “Questo piano sta portando alla radicale trasformazione del paesaggio e a un’irreversibile perdita di biodiversità”, dice Famiano Crucianelli, ex sottosegretario del ministero degli esteri, oggi presidente del biodistretto della via Amerina e delle Forre, un’area che interessa tredici comuni della bassa Tuscia e dei monti Cimini.” E prosegue: “La nocciola è una grande risorsa per questa zona, ma va coltivata nel rispetto dell’ambiente. Qui si fa un uso eccessivo di chimica e si sta compromettendo un territorio intero, convertendolo in una monocoltura”.

Spiega Giuseppe Nascetti, direttore del dipartimento di ecologia e biologia dell’università della Tuscia: “L’aumento della produzione negli ultimi anni ha portato a una pesante eutrofizzazione delle acque, determinata dalla presenza di fosforo e azoto, che sono elementi costitutivi di fertilizzanti e pesticidi. Oggi il lago di Vico è in uno stato comatoso”. Nel suo studio, il professore mostra delle mappe che registrano l’andamento delle sostanze nelle acque del lago, con la conseguente variazione della flora e della fauna. Il docente, che ha condotto studi trentennali nell’area, lancia oggi un avvertimento: “Bisogna considerare produzioni più sostenibili, ragionare insieme a tutti i soggetti interessati per portare avanti un sistema di sviluppo più in equilibrio con l’ambiente. Abbiamo parlato con la Ferrero qualche anno fa, per lanciare un progetto pilota con effetti meno negativi sull’ambiente, ma alla fine non se n’è fatto nulla”.

Questo tipo di agricoltura, quindi, mette ancora più a rischio la biodiversità e la resilienza territoriale in netta contrapposizione con i goals dell’ONU, il Green Deal Europeo o i progetti Life che danno soldi per conservare la biodiversità.

Come se tutto ciò non bastasse sembra quasi che qui la legge non debba essere tenuta in considerazione. A gennaio 2014 è entrato in vigore l’obbligo per gli agricoltori della difesa integrata, attenzione non la lotta integrata consentita ad un numero limitato di aziende iscritte in un particolare registro. L’art. 19 della legge 150 del 2012 (entrata in vigore nel 2014) stabilisce che la difesa integrata è obbligatoria in Italia e che questa deve essere effettuata secondo lo schema dell’allegato III. Questo allegato prevede che prima di arrivare all’utilizzo della chimica si debbano utilizzare metodi fisici e biologici e che gli stessi devono essere annotati sul quaderno di campagna. Quanti agricoltori lo fanno? Non è dato sapere!

da OrvietoNotizie.it

Non si possono riempire pagine di retorica senza guardare in faccia la realtà! La realtà è che le monocolture non sono in equilibrio con l’ambiente che poco c’entrano con l’agroecologia, unico metodo agricolo pubblicizzato dalla FAO come metodo per sfamare tutta la popolazione e rendere i sistemi alimentari più sani e sostenibili (Il Direttore Generale della FAO, José Graziano da Silva, ha sollecitato sistemi alimentari più sani e sostenibili e ha dichiarato che l’agro-ecologia può contribuire a una tale trasformazione). L’appello è stato lanciato nell’intervento di apertura al 2° Simposio Internazionale di Agro-ecologia che si è tenuto presso la FAO a Roma dal 3 al 5 aprile 2018.

Tacciare di follia chi si occupa di lasciare in eredità ai nostri figli una terra fertile e utilizzabile e ancora abitabile, non è da realisti è da folli. Folle è chi crede di poter continuare su questo binario e di seguire ancora un’economia lineare e non si accorge che l’Europa stanzia montagne di soldi per una transizione ad un Economia Circolare che prevede un agricoltura sostenibile e biologica per soddisfare i bisogni di oggi senza compromettere quelli di domani.

I membri del GDL” Monoculture e fitofarmaci” – RIPA (Rete Interregionale Protezione Ambiente)

Quando sulla geotermia si prendono lucciole per lanterne…

L’articolo apparso su “La Nazione” del 16 Settembre 2020, dal titolo “Stato contro Regione Ok alla geotermia” a firma di Massimo Cherubini (clicca l’immagine sotto), stravolge completamente la realtà dei fatti, attribuendo al Governo Nazionale la volontà di procedere con la liberalizzazione degli insediamenti degli impianti geotermici dopo l’impugnazione della Legge Regionale 73 del 24 Luglio nella parte (art. 2) riguardante le Aree Non Idonee (*).
Invece la decisione del Governo va in una direzione esattamente contraria.

Nella Delibera del Consiglio Regionale n. 41 del 7 Luglio scorso, la Regione aveva deciso di consentire, all’interno della Aree Non Idonee all’installazione di impianti alimentati da fonte geotermica, la costruzione di centrali “di piccola taglia” (fino a 20 MW di potenza!), in evidente contrasto rispetto a quanto previsto nel Decreto Ministeriale 10 Settembre 2010 che detta le linee guida per l’individuazione delle ANI; non a caso tutte le Soprintendenze della Toscana avevano espresso parere negativo di fronte a questa scelta, in particolare per le aree soggette a vincoli paesaggistici ed ambientali.

Con l’impugnativa deliberata dal Governo, si riafferma l’esclusiva competenza dello Stato in materia di tutela del paesaggio, per cui sembra di capire che all’interno di Aree Non Idonee interessate da vincoli paesaggistici ed ambientali individuate dal D. Lgs.42/2004 (Codice del Paesaggio) non si potrà realizzare alcun tipo di impianto.

Naturalmente le Aree Non Idonee individuate dalla Regione, peraltro con un provvedimento ancora incompleto in quanto privo di cartografia e soggetto a possibili revisioni dopo l’esame delle osservazioni che possono essere presentate entro il 27 Settembre, si estendono anche ad altre tipologie territoriali: dai siti facenti parte del patrimonio UNESCO, con le rispettive aree di rispetto, alle aree archeologiche; dalle aree protette SIC, ZSC/ZPS alle riserve naturali con le rispettive aree contigue; da quelle interessate da produzioni agricole di qualità DOP, DOC, IGP etc. a quelle soggette a dissesto idrogeologico: però in tutte queste tipologie, ad esclusione della prima, la scelta fatta dalla Regione è stata quella di inserire in ogni caso la possibilità della costruzione impianti da loro definiti “di piccola taglia”, fra i quali rientrano addirittura sia le centrali flash di ENEL che quelle a ciclo binario proposte da Sorgenia.

Alla luce di quanto detto, è evidente che è la Regione Toscana ad avere la responsabilità di procedere al dissennato sviluppo dello sfruttamento geotermico, anche in aree in cui è lo Stato ad avere la competenza amministrativa. Per questo motivo non si dovrà dare corso alla realizzazione di centrali geotermoelettriche (né sull’Amiata né in Toscana) fintanto che l’opposizione del Governo non si sarà risolta. Facciamo voti perché il Governo esca vincitore in questa partita.

S.O.S. Geotermia
RETE NAZIONALE NOGESI

(*) Fonte: Comunicato stampa Consiglio dei Ministri

Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro per gli affari regionali e le autonomie Francesco Boccia, ha esaminato quarantadue leggi delle Regioni e delle Province autonome, e ha quindi deliberato:

di impugnare

la legge della Regione Toscana n. 73 del 24/07/2020, recante “Disposizioni in materia di occupazioni del demanio idrico da parte dei gestori del servizio idrico integrato e in materia di geotermia”, in quanto l’articolo 2, che reca la disciplina delle aree non idonee per l’installazione di impianti di produzione di energia geotermica si pone in contrasto con l’articolo 117, secondo comma, lettera s), della Costituzione, che attribuisce allo Stato la potestà esclusiva in materia di tutela del paesaggio, nonché con l’articolo 9 della Costituzione, risultando altresì in contrasto con previsioni di principio in materia di “produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia”, violando così l’articolo 117, terzo comma, della Costituzione;

IL MOMENTO DELLA VERITA’ DELLA GEOTERMIA ELETTRICA

Comunicato del 30 agosto 2020 della Rete Nazionale NOGESI

La Rete Nazionale NOGESI è riuscita per la prima volta a capovolgere i destini della geotermia elettrica in Italia, riuscendo a bloccare sostanzialmente l’autorizzazione degli impianti geotermici (flash e piloti).

 

Non c’è dubbio che la lotta contro la geotermia elettrica speculativa e inquinante abbia, in questi anni, prodotto risultati tangibili.

La conoscenza dei cittadini nelle aree geotermiche (Amiata, Lazio, Umbria, Campania) è cresciuta e “la favola” della geotermia elettrica “fonte energetica rinnovabile e sostenibile” si è ridotta considerevolmente nella opinione pubblica.

La nascita della Rete Nazionale NOGESI è stata la chiave di volta del successo: l’insieme di militanti toscani (che da anni erano contro la geotermia) si è trovato con militanti delle regioni Lazio, Umbria e Campania per la prima volta a Bolsena il 26 ottobre 2013. Ne è uscita una volontà comune di portare l’attacco alla geotermia elettrica definita “speculativa e inquinante”.

Da allora la campagna contro la geotermia elettrica si è articolata con manifestazioni e convegni come quello svolto alla Camera dei Deputati il 5 marzo 2014, replicato il 5 novembre 2015 e con iniziative sparse sui territori interessati riguardanti tematiche ambientali e di salute fatte proprie da una serie di comitati di cittadini.

In Campania gli impianti “pilota” di Serrara Fontana e di Ischia sono stati bocciati dalla Regione Campania nel 2016. Decine di sindaci nelle varie regioni si sono attivati dichiarando che il loro territorio era “geotermia-free” (anche in Toscana) sostenendo il loro giudizio anche in sede giudiziaria.

Questo lavoro indefesso ha prodotto i suoi frutti, nel senso che lo sviluppo degli impianti geotermici si è arenato: per quanto riguarda la “tecnologia flash” è stata autorizzata in questi anni solo la centrale di Bagnore 4 (Amiata) il 20.02.2014 ed l’impianto in costruzione Monterotondo 2 nel 2016 (nella zona di Larderello), mentre per quanto riguarda la” tecnologia pilota” nessuno degli impianti ”nazionali” previsti dal MISE attraverso il D.Lgs.28/2011, né gli impianti “regionali” è stato finora autorizzato (il progetto da 5 MW di Poggio Montone autorizzato dalla Regione Toscana è al TAR).

Si riportano le varie situazioni nelle nostre Regioni, contro cui la Rete Nazionale NOGESI si è opposta:

In Umbria– L’unico impianto “binario nazionale “è Castel Giorgio che ha ricevuto, dopo 8 anni, la “intesa” dal Consiglio dei Ministri (che si è sostituito alla Regione Umbria) e dopo 9 anni l’autorizzazione dal MISE e MATTM: contro cui hanno reagito al TAR Lazio i Comuni dell’area, Italia Nostra ed i privati danneggiati, le Regioni Umbria e Lazio. E’ stata chiesta dai comuni e Italia Nostra la sospensiva dell’autorizzazione: si prevede una prima udienza entro il 15 settembre 2020.

Nel Lazio-Ci sono stati molti impianti previsti, finché la Regione Lazio non ha fatto ben tre leggi regionali (l’ultima nell’ottobre 2018) in cui questi impianti geotermici dovevano passare al vaglio di una carta idro-geo-termica regionale (mai presentata finora) e comunque entro 6 mesi dall’entrata in vigore della legge regionale (primavera 2019): allo stato attuale sul territorio regionale non vi sono permessi attivi (gli 11 rilasciati sono scaduti in quanto non più prorogabili ai sensi della normativa vigente): nessuna società dalla primavera 2019, nemmeno da parte della tedesca Geothemics Italy (impianti di Piana del Diavolo e Lago di Vico) si è fatta viva…

Per quanto riguarda Latera l’ENEL dopo aver presentato un progetto di ri-avviamento della vecchia Latera (a cui la Rete Nazionale NOGESI si è opposta insieme ai sindaci) essendo una “autorizzazione regionale” è finita sub-legge regionale; in realtà l’ENEL sta smontando la vecchia centrale: per quanto poi Latera “binario nazionale” non è mai entrato nel novero dei 50 MW autorizzabili e si è perso nella notte dei tempi…

Per quanto riguarda Torre Alfina “binario nazionale” è al Consiglio di Stato sul ricorso dei comuni viciniori, della regione Lazio e della Provincia di Viterbo (in realtà la ditta ha vinto al TAR Lazio per non costituzione delle parti interessate). E’ prevista, su opposizione del MATTM, udienza il 20 ottobre 2020.

In Toscana– La regione Toscana è l’unica in Italia ad avere impianti geotermoelettrici. La regione Toscana pubblica la situazione dei siti geotermici aggiornata all’agosto 2019 (ma non aggiornata ad oggi).

L’unico impianto in costruzione è Monterotondo 2 da 20 MW (zona nord).

Per quanto riguarda i permessi di ricerca 10 sono scaduti (La Grascieta, Pereta, Scansano, Pomonte, Guardistallo, Montebamboli, Montegemoli, Fornace, Soiana, Monte Santa Croce La Pianaccia ) ( per i progetti Boccheggiano e Mazzolla vi è però il riconoscimento nazionale della risorsa, premessa per la concessione mineraria), 3 sono stati sospesi dalle società (Campiglia d’Orcia, Ripa d’Orcia, Roccastrada, ), 3 bocciati dalla regione Toscana (Bagnolo, Castiglione D’Orcia, Monte Labbro,), Montorio (regione Lazio predominante, bloccato), Roccalbegna (ex-Murci) VIA sospesa; sono attivi in questo momento il permesso di ricerca Soiana (autorizzato fino al 17.07.2021), di Fornace (autorizzato fino al 17.07.2021), di Niccioleta (autorizzato fino all’11.04.2022), di Terrafino (autorizzato fino al 27.05.2024) e di Macie (autorizzato fino al 27.08.2024).

Rimangono attivi l’impianto previsto a Poggio Montone (ricorso in Magistratura della Rete Nazionale NOGESI e del Comune di Piancastagnaio, udienza tecnica il 21.09.2020), Le Cascinelle (in VIA regionale, bocciata dall’Unione dei Comuni della Amiata e Vald’Orcia, opposizione della Rete Nazionale NOGESI ed altri comitati e vari Comuni), conclusa la VIA regionale per la centrale di Mensano da 10 MW. Per quanto riguarda i “progetti regionali” Piancastagnaio 6 (PC6, centrale flash da 20 MW), sospeso dopo aver fatto la VIA; progetto Roccalbegna (centrale flash da 20 MW su ex-permesso di ricerca Murci) con la VIA sospesa. Per quanto riguarda i “piloti nazionali” la regione Toscana ha negato l’intesa per Montenero, si attende la emissione del Decreto MATTM per Casa del Corto, sono ancora in VIA Cortolla, Lucignano e Castelnuovo.

Ha sicuramente pesato anche la mancanza di “incentivi” alla geotermia elettrica (dimostrando, se ce ne fosse bisogno, che la nostra ferma opposizione agli “incentivi” era giusta e lungimirante): l’ultimo finanziamento è stato concesso nel 2016; poi il nuovo Governo insediatosi nel giugno 2018 il MISE ha deliberato di escludere la geotermia dal FER1, promettendo l’inserimento nel FER 2, al momento (agosto 2020) gli incentivi non sono stati concessi…

Tanto che lo stesso ad Starace di ENEL (l’unica che li percepiva) ha detto, prendendola alla larga, «non abbiamo interesse a incentivi. Abbiamo sicuramente interesse a tutto quello che porta la geotermia a valore e fa crescere questa importantissima e pulitissima fonte energetica in Toscana; piccole incertezze o esitazioni sono sempre state presenti sul percorso della geotermia, che è molto lungo, non ci preoccupano particolarmente».

Se la dimensione di impresa consente all’ENEL di fare a meno degli incentivi, ciò non vale per le piccole aziende della “privatizzazione” della “geotermia binaria” berlusconiana e regionale: senza incentivi non sono in grado di introdursi nel settore tanto è vero che a tutt’oggi hanno tutti grosso modo rinunciato ai vari progetti.

La attuale situazione degli “incentivi” è la seguente:

Ricevono “incentivi” i seguenti impianti: Radicondoli gr.2, Chiusdino 1, Nuovi Lagoni Rossi, Sasso 2, (zona nord) e Binario Bagnore 3, Bagnore 4 (gr.1e gr.2) e Piancastagnaio PC3, PC4 e PC5 (zona sud), cioè su 34 gruppi solo 9 ricevono incentivi (per la maggior parte delle centrali della zona nord l’erogazione di incentivi è scaduta).

Come dice la Torsello di COSVIG (Consorzio Toscano per lo sviluppo geotermico) in “Quale Energia” del giugno 2019 analizzando lo stallo della geotermia italianaIn Italia in questi ultimi anni si sono diffuse notizie sulla nocività della geotermia, che non tenevano conto degli sviluppi tecnologici e che comunque sono state smentite da vari studi epidemiologici, o sul suo non servire a contenere il cambiamento climatico, anch’essi smentite da studi più completi sulle emissioni naturali dei territori geotermici”. E continua:” Si oppongono anche a quelli a ciclo binario chiuso, con re-immissione totale dei fluidi, nonostante siano pensati apposta per azzerare le emissioni”. E termina, al colmo di una crisi di nervi:” E se proprio non si vogliono le centrali elettriche, si potrebbe almeno usare l’acqua calda sotterranea per riscaldare le città, risparmiando enormi quantità di metano e di CO2. Invece non si fa quasi nulla neanche lì”.

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A proposito di “incentivi” va definitivamente rimarcato che questi risultano del tutto esorbitanti e ingiustificati. Infatti se si prende in considerazione l’andamento dei principali parametri del mercato elettrico negli ultimi anni (vedi studio GSE “Il valore dell’energia rinnovabile sul mercato elettrico” 2007-2016) è facile osservare che il prezzo medio dell’energia elettrica su scala nazionale (PUN) è sceso dal valore di 87,00 €/MWh nel 2008 a circa la metà nel 2016 (42,8 €/Mwh, come indicato nel diagramma seguente) stante la riduzione della domanda elettrica, del prezzo di gas e carbone e, soprattutto, della accresciuta penetrazione delle fonti rinnovabili.

A fronte di questo andamento del mercato, gli “incentivi” di 200 €/MWh per gli impianti “pilota” “nazionali” e “regionali” risultano pari a circa 5 volte il prezzo medio dell’energia elettrica (2016) mentre quelli per i “flash” pari a 84 €/Mwh, sono il doppio del valore medio. Secondo Milano Finanza del 26.08.20 Enel e la sua controllata Endesa hanno ottenuto in una gara sul fotovoltaico in Portogallo 9,5 €/MWh, un prezzo molto basso, indipendentemente dalla fonte.

Ciò a conferma che l’opzione della geotermia elettrica è economicamente fuori mercato per cui, parafrasando le valutazioni che il fisico ed ambientalista Amery Lovins fa del nucleare:” Sostanzialmente possiamo avere tante centrali nucleari quanto il Congresso USA sarà capace di far pagare ai contribuenti. Ma non ne avrete nessuna in una economia di mercato” (pag. 213 dal volume di Angelo Baracca e Giorgio Ferrari Ruffino “SCRAM, ovvero la fine del nucleare” -Jaca Book), si può concludere che gli unici impianti geotermoelettrici che potrebbero essere realizzati in Italia sono quelli che lo Stato vorrà far pagare ai cittadini.


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Il Tirreno 1/9/20

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