Mercurio: gli amministratori chiedano una indagine a 360 gradi!

La Rete NoGESI, che ha già denunciato le strane omissioni quando si parla di inquinamento da mercurio senza citare l’attività geotermica toscana, in particolare quella amiatina, che contribuisce senz’altro alla diffusione nell’aria, nell’acqua e nel terreno, di tale elemento.
Abbiamo inviato agli amministratori dei territori interessati la nota che segue, invitandoli a chiedere, appunto, che se indagini sul pericoloso inquinante debbono farsi, che si facciano a 360 gradi.

 

Di seguito il testo della nota inviata agli amministratori:

Gentili amministratori,

Come probabilmente avete avuto modo di sapere il problema “inquinamento da mercurio” emesso dalle ex-miniere di cinabro del Monte Amiata e dalle emissioni in aria delle centrali geotermiche ENEL del sud Amiata (Piancastagnaio e Bagnore) -tiene banco da mesi, in particolare presso i territori prospicenti le aste fluviali del Paglia e Tevere.

Il problema della contaminazione da mercurio sta diventando uno dei problemi ambientali e sanitari del centro Italia interessando le aste dei fiumi Paglia e Tevere ed anche del fiume Fiora e con essi-gettandosi tali fiumi nel Mar Tirreno rispettivamente ad Ostia e a Montalto di Castro- anche il mare Tirreno, determinano così una contaminazione dei pesci di acqua dolce e di mare (oltre il 90% del mercurio ritrovato nei pesci è nella forma metilata, la più pericolosa per la salute umana).

La questione vede molto attivi i sindaci umbri e laziali (alcuni dei quali-a seguito di controlli – hanno dovuto emettere ordinanze di divieto di pesca e di attività sul fiume) che hanno investito le tre Giunte Regionali (Toscana, Umbria e Lazio) ed il MATTM (Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare) per arrivare a debellare tale fenomeno. Le tre Regioni hanno attivato le rispettive ARPA che, unitamente ad altri istituti, hanno elaborato un primo comune “Piano di indagine per la verifica dello stato di contaminazione del mercurio” (scarica il documento).

Il piano di indagine elaborato dalle tre Arpa, però, sorprendentemente, si concentra solo sull’inquinamento da mercurio prodotto dalle ex miniere del Monte Amiata – dismesse da oltre 40 anni e in massima parte bonificate – tralasciando completamente l’indagine circa l’inquinamento prodotto dalle centrali geotermiche dell’Amiata tutt’ora in funzione, che rappresenta il 42,5% delle emissioni di mercurio provenienti dall’intero comparto industriale italiano (Studio Basosi e Bravi, 2014, QUI e QUI) nonostante gli abbattitori di questo inquinante (AMIS).

Secondo il prof. Andrea Borgia, (Università di Milano, Open University M. Keynes, UK, e Global Research Council proprio in geotermia): “In base ai dati ufficiali disponibili, la quantità di mercurio emesso in atmosfera dagli impianti geotermici è impressionante – il totale emesso negli anni 1969-1999 è di 37,894 tonnellate, a cui si aggiungono le emissioni dal 2000 al 2016, per un totale di 52,559 tonnellate -. Quindi si dovrebbe concludere, che non c’è bisogno di tirare in ballo le vecchie miniere di Mercurio dismesse ormai da quasi 40 anni ed in buona parte bonificate, ma che con tutta probabilità la maggior parte del mercurio accumulato nel Paglia, o che passa attraverso il Paglia per arrivare al Mar Tirreno, proviene dalle centrali geotermiche di Piancastagnaio”.

Ma che l’inquinamento da mercurio prodotto dalle centrali geotermiche sia assolutamente rilevante, per quanto attiene alla contaminazione delle acque fluviali, lo dimostra anche la contaminazione da mercurio del fiume Cecina, situato nell’area geotermica nord della Toscana, che drena i torrenti dell’area geotermica e nei cui pressi non vi è alcuna miniera di mercurio (il divieto di mangiare pesce al mercurio pescato nel fiume Cecina risale al 2002). (vedi anche intervento del prof.Giovanni Grieco, giacimenti minerari per l’Università di Milano)

ed allora, perché fare le indagini a metà?

La pubblica amministrazione deve operare secondo criteri di economicità, efficacia ed efficienza. Ampliare, oggi, il Piano di indagine all’inquinamento da mercurio prodotto dalle centrali geotermoelettriche presenti nell’area porterebbe a compiere uno studio più completo ed esaustivo, in grado di distinguere tra le varie fonti di inquinamento (miniere e centrali geotermoelettriche) così da attribuire a ciascuna di esse la paternità della distribuzione di mercurio e poter intervenire in modo efficace e mirato.

Dunque, perché non farlo?

Proprio per questo Rete Nazionale NOGESI (No Geotermia Elettrica Speculativa e Inquinante) invia una sollecitazione affinché i comuni interessati, direttamente o indirettamente, dal problema inoltrino una richiesta di ampliamento del piano di indagine alle tre Regioni (Toscana, Umbria e Lazio); diversi comuni, tra cui Acquapendente (VT), vi hanno già aderito…

Di questo si è parlato anche recentemente nel convegno di Abbadia San Salvatore del 4 febbraio scorso organizzato dalla Rete Nazionale NOGESI (leggi QUIQUI e QUI)

Sarà nostra cura tenervi informati sull’evolversi della vicenda, nel mentre ci aspettiamo vostre prese di posizione.

Cordiali saluti,

Solange Manfredi, Rete Nazionale NOGESI

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Incredibili Ars e Arpat, sulla geotermia tirano dritto come nulla fosse

E’ inaccettabile che le agenzie regionali azzerino 15 anni e più di studi e ricerche senza un mea culpa e senza chiedere il fermo dell’attività geotermica in attesa delle annunciate nuove ricerche.

 

Alle ortiche più di quindici anni di studi, pubblicazioni e convegni usati per cercare di nascondere i dati esistenti sulla correlazione tra lo sfruttamento geotermico e l’inquinamento dei territori con danni statisticamente certi alla salute.
Li vogliono buttare alle ortiche perché i dati contenuti in tali studi smentiscono le loro conclusioni e una lunga sequenza di loro errori e forzature non hanno retto alle verifiche che i comitati, Sos Geotermia in primis, hanno negli anni puntigliosamente svelato.
Ma un risultato certo è stato ottenuto: le centrali geotermiche non hanno sospeso neanche per un giorno la loro attività: era forse questo lo scopo da raggiungere?
I dubbi, più che legittimi, vengono quando Ars e Arpat, il 24 novembre scorso a Firenze ed oggi in “tour” sull’Amiata, hanno l’ardire di raccontare che hanno in progetto un nuovo studio sulla salute e quindi si possono cancellare con un colpo di spugna tutte le ricerche del passato.
Se, come affermano, fosse ancora necessario dopo sette anni approfondire gli studi perchè c’è un dubbio sulla correlazione tra centrali e salute, allora si dovrebbe, coerentemente e in base al “principio di precauzione” ormai pacificamente accettato, chiedere l’immediata moratoria di ogni attività geotermica in essere e di progetto, in attesa di altri e più precisi riscontri.
Ma, al solito, non è questo lo scopo di ulteriori studi: loro continueranno a indagare a spese nostre, mentre le centrali continueranno a fumare sempre a spese nostre, in bolletta e in medicine.
Il tutto voltando semplicemente pagina e ricominciando da zero, dimenticando il passato (chi ha avuto, ha avuto e chi ha dato, ha dato) e gli almeno otto gravi errori che da sempre denunciamo e che riportiamo qui sotto.


GLI 8 ERRORI ARS-ARPAT SULLA GEOTERMIA IN AMIATA 

Per poter riferire al Consiglio regionale in merito alla sostenibilità sanitaria ed ambientale delle centrali geotermoelettriche flash in Amiata, abbiamo chiesto la nomina di una Commissione scientifica, composta da ricercatori e personalità di sicura competenza ed esperienza, con la presenza paritetica di membri indicati dai Comitati locali.
Tale richiesta è giustificata dai seguenti errori compiuti da Ars/Arpat:

1– nel 2010, sullo studio epidemiologico del CNR, affermano l’esistenza di un quadro sanitario «rassicurante» registrato nelle aree geotermiche, dott. Cipriani in “Studio in Sintesi” pag.25; –> visualizza e/o scarica errore 1 in pdf

2 – nel 2010, criticati, affermano che il +13% di mortalità registrato in Amiata dipende dagli «stili di vita», Comunicato Stampa martedì 28 dicembre 2010; –> visualizza e/o scarica errore 2 in pdf

3 – nel 2012 in sede di Valutazione Impatto Ambientale per Bagnore 4:
1) non riportano i dati sanitari fuori norma, i quali non avrebbero consentito l’autorizzazione alla emissione di altri inquinanti, anche se a norma, come testimonia l’opposizione dell’arch. Zita, subito rimosso dal suo incarico; –> visualizza e/o scarica errore 3.1 e 3.2 in pdf
2) non è più richiesta la valutazione cumulativa degli inquinanti, già segnalata come necessaria, sia da USL che ARPAT, ma poi dagli stessi dimenticata;
3) accreditano la tesi che le ricadute degli inquinanti sono solo in aree disabitate; –> visualizza e/o scarica errore 3.3 e 3.4 in pdf
4) non segnalano l’avvenuta manipolazione del parere sanitario, riportato dalla Regione nell’atto conclusivo;

4– nel 2013 affermano che la normativa sulla VIA non consentirebbe di avere uno studio di impatto sulla salute ( registrazione dott.ssa Nuvolone del17 giugno 2013 al Comune di S.Fiora); –> visualizza e/o scarica errore 4 in pdf

5 – nel 2013 le USL ottengono finanziamenti dalla Regione per studiare gli effetti di bacco, tabacco e venere nella popolazione dell’Amiata…; –> visualizza e/o scarica errore 5 in pdf

6 – dal 2014 affermano che le cause dell’eccesso di mortalità non possono essere di origine ambientale, perché si registra solo negli uomini (argomento ripreso dagli amministratori, nel video che segue l’ex assessora regionale Bramerini), quando una risposta diversa in funzione del sesso è documentata in moltissimi studi sull’inquinamento ambientale; –> visualizza e/o scarica errore 6 in pdf

7 -negli ultimi anni l’Arpat smentisce i dati esistenti e attestanti l’aumento di concentrazione di Arsenico nelle sorgenti dell’Amiata. In precedenza ha prodotto uno studio che ha consentito la deroga ai limiti di legge per l’Arsenico nell’acqua potabile, ipotizzando una concentrazione naturale anomala, calcolata anche sui campioni di acqua prelevata a valle di discariche minerarie, già inquinate da attività minerarie e già inserite nei Piani ufficiali di bonifica; –> visualizza e/o scarica errore 7 in pdf

8 – nel 2011 le emissioni geotermiche di Ammoniaca in Amiata non vengono considerate nella produzione toscana di particolato Pm 10 – Progetto Patos1. L’errore viene corretto nel 2015. –> visualizza e/o scarica errore 8 in pdf


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Dall’Amiata alla Valle del Tevere seguendo la via del mercurio

In occasione del convegno che si è recentemente tenuto a Abbadia San Salvatore dal titolo “Dall’Amiata alla valle del Tevere: ancora geotermia industriale o un altro sviluppo è possibile?”, promosso dalle associazioni SOS Geotermia e Rete Nazionale NOGESI, ampio spazio è stato riservato al tema “Geotermia, mercurio e inquinanti”, tema illustrato e approfondito dalle relazioni di Roberto Barocci (Geotermia elettrica: rischi per la salute pubblica e le acque), Andrea Borgia (Amiata: Geotermia – un velenoso cocktail di inquinanti) e dal sindaco di Orvieto Giuseppe Germani (Mercurio: un problema emergente dell’Italia centrale).

Un grave allarme sulla situazione di inquinamento da mercurio era stato lanciato lo scorso anno, quando nel giugno 2016 furono resi noti i dati dell’attività di ricerca (raccolti dal 2009) del dipartimento di scienza della terra dell’università di Firenze e presentati dal professor Pilario Costagliola, docente di mineralogia, nell’ambito dell’incontro pubblico, organizzato dagli Amici della Terra, dal titolo “La strada del mercurio”, svoltosi a Roma, presso i locali del Senato. Nel loro report Gli Amici della Terra parlano di “60 tonnellate di mercurio nei sedimenti fluviali del fiume Paglia, 11 kg di mercurio che ogni anno arrivano al Mar Tirreno, concentrazioni elevate di mercurio nei campioni di muscoli dei pesci d’acqua dolce. Oltre il 90% del mercurio ritrovato nei pesci è nella forma metilata, la più pericolosa per la salute umana. Una grande percentuale dei campioni di muscolo di pesce supera le linee guida U.S. EPA 2009 (United States Environment Protection Agency) per il metil-mercurio ai fini della sicurezza per il consumo umano”.

L’origine di un tale disastro veniva attribuito tout court a “più di un secolo di estrazione e lavorazione dei minerali di mercurio nel Monte Amiata, uno dei più grandi giacimenti di mercurio di tutto il mondo”. Successivamente però gli Amici della Terra avevano ammesso che certamente, tra le cause dell’inquinamento da mercurio, andava annoverata la “già nota” produzione geotermica. Ora a riprovarci sono l’ARPA Umbria sostenendo che “dai primi riscontri in letteratura” ben poca cosa è il contributo della geotermia amiatina e comunque il suo contributo “va gestito in altro contesto ambientale (è (solo) una questione prettamente toscana)”. No, non è una questione solamente toscana –sostiene la portavoce della Rete Nazionale NOGESI Solange Manfredi– ma una questione dei territori attraversati dal fiume Paglia ed inquinati da mercurio, dunque un problema che riguarda tutte e tre le tre regioni Toscana, Umbria e Lazio!

Le miniere di mercurio dell’Amiata sono peraltro dismesse da quarant’anni e in massima parte bonificate, mentre le centrali geotermoelettriche di Enel Green Power, rilasciano continuamente in atmosfera un vero e proprio cocktail di inquinanti, tra i quali il mercurio occupa senza dubbio un posto d’onore, rappresentando il 42,5% delle emissioni di mercurio provenienti dall’intero comparto industriale italiano (Studio Basosi e Bravi, 2014), nonostante gli abbattitori di questo inquinante (AMIS).

“È possibile fare un calcolo approssimativo del mercurio emesso –questa quantità è sottostimata in quanto non vengono considerate le emissioni durante i fuori servizio degli impianti– in base ai dati disponibili”, osserva il geologo Andrea Borgia, attento studioso della geotermia amiatina. “Secondo i dati Enel nel 1996 –continua il prof. Borgia– le emissioni di mercurio erano pari a 2611 kg/anno. Nella DGR Regione Toscana, la n. 344, si ricava che le centrali di Piancastagnaio emettono mercurio nella quantità di 1969 kg/anno nel 2000; 749 kg/anno nel 2003; 914 kg/anno nel 2005; 740 kg/anno nel 2007; 248 kg/anno nel 2013. Il totale emesso negli anni 1969-1999 è di 37,894 tonnellate, a cui si aggiungono le emissioni dal 2000 al 2016, per un totale di 52,559 tonnellate. Questa quantità di Mercurio immessa nell’ambiente è esorbitante”.

“Concludendo, la quantità di mercurio emessa dalle centrali geotermiche di Piancastagnaio è di poco inferiore alla quantità di mercurio contenuta attualmente nel Paglia (considerate le approssimazioni fatte si dovrebbe dire che è circa uguale)”, afferma Borgia, il quale aggiunge: “La quantità di Mercurio che arriva al Mar Tirreno è 22 volte meno di quella che viene emessa attualmente dalle centrali geotermiche di Piancastagnaio e che ricade nel bacino del Paglia. Quindi si dovrebbe concludere, che non c’è bisogno di tirare in ballo le vecchie miniere di Mercurio dismesse ormai da quasi 40 anni ed in buona parte bonificate, ma che con tutta probabilità la maggior parte del mercurio accumulato nel Paglia, o che passa attraverso il Paglia per arrivare al Mar Tirreno, proviene dalle centrali geotermiche di Piancastagnaio”.


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Abbadia S.S., 4 febbraio 2017. Documentazione e materiali del Convegno

ATTENZIONE, PAGINA IN CONTINUO AGGIORNAMENTO: iniziamo la pubblicazione della documentazione e dei materiali del convegno del 4 febbraio 2017 ad Abbadia San Salvatore “DALL’AMIATA ALLA VALLE DEL TEVERE: ANCORA GEOTERMIA INDUSTRIALE O UN ALTRO SVILUPPO E’ POSSIBILE?”

 

 

COMUNICATO STAMPA del 6 febbraio 2017

INSIEME AD ABBADIA PER UNO SVILUPPO SOSTENIBILE, LIQUIDARE LA VICENDA GEOTERMIA

L’AMIATA NON È PIÙ SOLA CONTRO LA GEOTERMIA SPECULATIVA ED INQUINANTE

SABATO 4 FEBBRAIO 2017, AD ABBADIA SAN SALVATORE, NEL CORSO DEL CONVEGNO IN MEMORIA DEL PROF. ROBERTO MINERVINI SUL TEMA “DALL’AMIATA ALLA VALLE DEL TEVERE: ANCORA GEOTERMIA INDUSTRIALE O UN ALTRO SVILUPPO È POSSIBILE?”, ORGANIZZATO DALLA RETE NAZIONALE NOGESI E SOS GEOTERMIA, I RAPPRESENTANTI DEI COMUNI DI LAZIO, UMBRIA E TOSCANA SI SONO INCONTRATI PER DIRE CHE UN ALTRO SVILUPPO È POSSIBILE E DOVEROSO PER SALVAGUARDARE L’AMBIENTE, IL PAESAGGIO E BELLEZZA DEI LORO TERRITORI.

Il futuro dell’Amiata è il futuro del centro Italia. Il Monte Amiata, infatti, è al centro di un ecosistema a rischio, la cui salvaguardia e valorizzazione riguarda ben tre regioni: Toscana, Lazio e Umbria. Proprio per questo il convegno di sabato, connotato come sempre dall’alta qualità delle relazioni e che ha registrato una altissima affluenza di pubblico, ha visto gli interventi di diversi rappresentati dei comuni di tre regioni per dire no ad uno sviluppo dei loro territori fondato sulla geotermia speculativa ed inquinante.

La giornata, moderata da Vittorio Fagioli della rete NOGESI, si è aperta con i saluti del sindaco di Abbadia San Salvatore dr. Fabrizio Tondi e una introduzione di Velio Arezzini di SOS Geotermia che ha richiesto con forza la chiusura delle centrali geotermiche “flash” e l’elaborazione di piano energetico alternativo.

Nella prima parte del convegno i proff. Roberto Barocci e Andrea Borgia hanno evidenziato, avvalendosi dei dati ufficiali delle ARS, ARPAT e Università, le emissioni in atmosfera di inquinanti prodotte dalle 5 centrali flash geotermoelettriche dell’Enel presenti nel territorio del Monte Amiata, con effetti sulla salute dei cittadini, sull’ambiente, sulla sismicità, sul bacino idrico dell’Amiata (il più importante del Centro Italia), sui fiumi Paglia e Tevere, oggetto di inquinamento da mercurio pari al 42,5%  della intera produzione di mercurio dell’industria nazionale.

L’ing. Giorgio Santucci ha illustrato, poi, gli studi che gli scienziati di varie università nel mondo, stanno portando avanti per uno sfruttamento ecosostenibile dell’energia geotermica: BHE (Borehole Heat Exchangers). A conferma, se mai ve ne fosse stato bisogno, di come gli impianti idrotermali oggi conosciuti non permettano uno sfruttamento dell’energia geotermica rispettosa dell’ambiente e della salute dei cittadini.

La parola, quindi, è passata alla componente politica che, all’unisono, si è espressa con forza per ribadire il proprio proposito di voler portare avanti, ed attuare, una politica di sviluppo legata alla valorizzazione e salvaguardia dell’ambiente, del paesaggio, dell’agricoltura, dell’enogastronomia e dell’immenso patrimonio storico, culturale ed archeologico di questi territori di straordinaria bellezza. Bellezza che va preservata, perché ha un compito etico insostituibile.

Sulla votazione del consiglio Regionale della Toscana in merito alla questione delle “aree non idonee alla geotermia” i tre consiglieri di opposizione Giacomo Giannarelli (M5S), Tommaso Fattori (SI) e Manuel Vescovi (LN) hanno evidenziato i risvolti della votazione del 1° febbraio in Consiglio Regionale e la volontà di proseguire sulla vicenda sanitaria e ambientale dell’Amiata, riportando in Consiglio il parere dei ricercatori e scienziati che saranno ascoltati dalla Commissione Ambiente. Vescovi ha posto la necessità che della questione sanitaria del Monte Amiata venga investita la Commissione Sanità del Consiglio Regionale.

Sulla vicenda del mercurio nel fiume Paglia e Tevere il sindaco di Orvieto Germani ha ribadito la volontà delle amministrazioni comunali dei territori coinvolti di risolvere il problema dell’inquinamento da mercurio per proseguire ed ampliare l’azione nella direzione della tutela a valorizzazione dei territori. Ha chiuso la sezione politica il sindaco di Acquapendente, Angelo Ghinassi, che ha sottolineato l’importanza che questa battaglia, in difesa dell’ambiente, della salute e della bellezza dei nostri territori, venga portata avanti insieme dalle amministrazioni comunali delle tre regioni coinvolte perché, come ricordato anche dalla Corte di Costituzionale, il benessere dei cittadini e la tutela dell’ambiente hanno un valore “primario ed assoluto” e la tutela del paesaggio non può essere «subordinata ad altri valori, ivi compresi quelli economici». Questa proposta- se praticata- farà fare un passo avanti alla vertenza “geotermia e mercurio” in quanto lo scontro è assunto in prima persona dagli stessi amministratori dei territori.

La seconda parte del convegno è stata poi dedicata alle proposte di un diverso tipo di sviluppo economico ed energetico dell’area. Particolarmente interessante è stata la testimonianza del sindaco di Castiglione d’Orcia, Claudio Galletti che ha evidenziato come la Val d’Orcia, in pochi anni, grazie ad una politica di “sanatoria” delle industrie insalubri del territorio, sia approdata ad uno sviluppo durevole rispettoso dell’ambiente e delle sue peculiarità e sia riuscita ad imporsi come area a forte vocazione turistica e culturale.

I lavori si sono chiusi con l’intervento della prof. Cinzia Mammolotti che ha rilanciato la proposta della istituzione del Parco Naturale Nazionale dell’Amiata per la tutela e la valorizzazione dell’intero patrimonio ambientale ,storico e culturale. Con l’impegno di tutti a “chiudere” la vicenda geotermia nell’Amiata e portare avanti progetti per uno sviluppo sostenibile dell’area, nella consapevolezza che degrado e diseducazione possono dar prova di essere un costo insuperabile per la società.

Rete NoGESI                                                               Sos Geotermia


MATERIALI E DOCUMENTAZIONE

Riprese e interviste a cura di Amiata News

Introduzione ai lavori Velio Arezzini, Sos Geotermia/rete Nogesi

Intervento Roberto Barocci, Sos Geotermia/rete Nogesi

Le slides (in pdf) dell’intervento di Roberto Barocci, clicca qui per scaricare

Intervento Prof.Andrea Borgia, geologo

Intervento Giuseppe Germani, sindaco di Orvieto

Intervento Solange Manfredi, portavoce rete Nogesi

Intervento Tommaso Fattori, consigliere regionale Toscana SI

Intervento Giacomo Giannarelli, consigliere regionale Toscana M5S

Intervento Manuel Vescovi, consigliere regionale Toscana Lega Nord

Intervento Andrea Bassetti, imprenditrice agricola, Pres. Biodistretto Val d’Orcia

Intervento Antonio Pacini, Orto Botanico del Monte Amiata

Intervento Fabio Menchetti, agronomo

Intervento Claudio Galletti, Sindaco di Castiglione d’Orcia

Intervento Fabrizio Tondi, sindaco di Abbadia S.S.

Intervento Ing. Giorgio Santuci, presidente EGS

Intervento Fabio Landi, Sos Geotermia

 Intervento Cinzia Mammolotti, Movimento di Cittadinanza,
sul Manifesto dell’Amiata

Interviste

 

 

 

 

 

 

TUTTO IL CONVEGNO IN 4 VIDEO

PARTE 1a

PARTE 2a

PARTE 3a

 

PARTE 4a

 

FOTO


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AVVIATA L’INDAGINE SULLA PRESENZA DI MERCURIO NEL PAGLIA/TEVERE, MA SI RISCHIA DI PARTIRE CON IL PIEDE SBAGLIATO

Lo scorso 9 gennaio ad Orvieto si è svolto l’incontro di informazione pubblica in merito al piano di indagine conoscitiva sullo stato di contaminazione da mercurio nei fiumi Paglia e Tevere.

Nonostante che il sindaco di Orvieto Germani e l’assessora all’ambiente della regione Umbria Cecchini avessero stigmatizzato correttamente la necessità di “capire il fenomeno per trovare le soluzioni idonee” (Germani) e “prima di approntare interventi di bonifica occorre capire lo stato delle cose” (Cecchini), le strutture tecniche, sorprendentemente, hanno deciso di concentrare la loro attenzione, ed i loro rilievi ed esami, sull’inquinamento causato dalle ex-miniere di mercurio dell’Amiata, ormai dismesse da 40 anni e, per di più, parzialmente bonificate! (vedi allegato) trascurando, quasi completamente, l’inquinamento prodotto dalle centrali geotermoelettriche.

Riteniamo che questa modalità di procedere comporti il rischio di spendere soldi senza avere un quadro completo delle fonti di inquinamento, con il probabile risultato di porre in essere azioni che non portino a risolvere il problema dell’inquinamento da mercurio, divenuto ormai uno dei problemi ambientali più evidenti in questa martoriata Centro- Italia.

Sì, è vero, qualcuno (Marchetti della ARPA Umbria e Fagotti dell’ARPA Toscana) ha ammesso, nell’intervento del 9 gennaio, che vi sono anche “fonti potenziali di origine antropica” ma, nel piano di indagine predisposto, non vi sono precisi e specifici esami intorno alle centrali geotermiche dell’Enel Green Power, che danno un contributo rilevante e continuo all’inquinamento e che rappresentano “un rubinetto sempre aperto” di mercurio ed altri tossici.

Eppure questo dato compare – oltre che in studi dell’Università di Pisa del 2008 e nello studio Basosi-Bravi del 2014 (che indica come il mercurio emesso dalle centrali geotermoelettriche dell’Amiata è pari nientedimeno che al 42,5 % delle emissioni di mercurio provenienti da tutto il comparto industriale italiano!) – nei documenti ufficiali della Regione Toscana (Delibera Regionale n.344 del 22.03.2010) e nella rivista “Epidemiology and Prevention” che riporta lo studio CNR/ARS (Agenzia Regionale di Sanità della Regione Toscana) del 2010 e che sotto si riporta (le centrali geotermiche sono responsabili di diversi inquinanti, oltre al mercurio, come ammoniaca, arsenico, CO2, ecc.)

Clicca per leggere la tabella

“Le emissioni ufficiali di mercurio da parte della geotermia nella zona amiatina sono – come si vede sopra – stimate in 760 kg/anno nel 2007, ma sono state ben 2.083 kg/anno fino al 2000.
Come è noto le 34 centrali geotermiche toscane sono dislocate in numero di 30 nell’area geotermica nord (Larderello-Radicondoli-Chiusdino) per complessivi 794 Megawatt installati, ed in numero di 5 nell’area geotermica sud Amiata, compresa la nuova centrale Bagnore 4, per complessivi 120 MW installati. Quindi, a (quasi) parità di emissioni complessive di mercurio (733 kg/anno area nord, 760 kg/anno area sud), il MW installato in Amiata è molto più inquinante in mercurio di quello installato nell’area nord. Il contrario avviene per l’arsenico. I dati sopra riportati sono precedenti all’entrata in funzione (2015) della nuova centrale Bagnore 4 in Amiata, quindi vanno ora corretti al rialzo” (Fonte:” Nocività del mercurio, sua diffusione in Toscana, nei fiumi ed in mare”, Medicina Democratica-Coordinamento toscano, 3.07.2016).

Oltre a ciò, va considerato il mercurio proveniente dai depositi dei bacini della subsidenza indotta dallo sfruttamento geotermico in Amiata (possibile responsabile per altro del collasso di due ponti della Cassia sul Paglia), come ha evidenziato il prof. Andrea Borgia nel convegno del 12.07.2016 ad Orvieto.

Me c’è di più. Anche il bacino del Fiora va inserito nel Piano di indagine, perché nel bacino del Fiora insistono le due centrali geotermiche di Bagnore 3 e 4 per metà della produzione elettrica dell’Amiata (60 MW). Del resto, anche lo stesso Fagotti sostiene che “le principali miniere di mercurio del comprensorio dell’Amiata insistono prevalentemente nel fiume Paglia e nel bacino del Fiora” e lo stesso Pelillo, dell’Autorità del bacino del fiume Tevere, ricorda la necessità di “allargare-nel prosieguo di questo importante lavoro- l’indagine al Fiora”.

Quindi, se vogliamo veramente partire con il piede giusto, è necessario comprendere nel piano di indagine anche le centrali geotermiche di ENEL Green Power, che non può rimanere convitato di pietra: perché ha le sue corresponsabilità nel produrre inquinamento da mercurio, e perché …la bonifica si può fare, ma si deve anche fermare l’inquinamento – non ha alcun senso, infatti, bonificare se poi si continua ad inquinare!

Chiediamo pertanto ai sindaci ed alle istituzioni regionali, nonché ai loro organi tecnici, che il piano di indagine contempli anche tale ipotesi di lavoro. Per evitare che si spendano soldi pubblici e non si risolvano i problemi. Non sarebbe la prima volta nel nostro Paese.

E anche di questo si parlerà nel previsto convegno della Rete NOGESI /SOS Geotermia del 4 febbraio p.v. ad Abbadia San Salvatore, perché fermare l’inquinamento si può, e si deve. E lo si può fare agevolmente… fermando la produzione geotermoelettrica dell’Amiata! (120 MW di potenza installata). Proposta non incredibile in un momento in cui l’ENEL presenta un piano di dismissione di centrali elettriche di ben 25.000 MW (circa 1/5 della potenza installata in Italia), stante la riduzione ormai endemica dei consumi nel Paese e lo sviluppo delle fonti alternative. Sarà forse ostacolo che la energia geotermia è finanziata con incentivi che utenti ed imprese pagano sulla bolletta elettrica?


Situazione odierna della bonifica delle ex miniere di mercurio dell’Amiata

1.Miniera ex Siele (la seconda miniera più importante del comprensorio amiatino con centinaia di addetti sita tra le località Saragiolo e Castell’Azzara). Bonifica già completata e certificata.

2.Miniera Morone (piccola miniera sita nel comune di Castell’Azzara vino alla loc. Selvena). Bonifica già completata e certificata.

3.Miniera di Abbadia S.S. (la più importante con circa 1200 minatori)
Nel 2008 fu stipulato un accordo, dopo lunga trattativa fra l’ENI (titolare della miniera) e il Comune di Abbadia S.S. che prevedeva l’incarico e la responsabilità della bonifica allo stesso comune con compenso da parte dell’ENI di 18.000.000 di euro più proprietà (boschi e terreni, laghetti, edifici ex officine e strutture di supporto).
Da allora il responsabile della bonifica è il comune di Abbadia S. Salvatore.
Situazione ad oggi:
– Lotto 1 (bonifica eternit) già eseguita.
-Lotto 2 (pozzo Garibaldi e uffici) appalto dei lavori eseguito. Sono in corso i lavori di completamento del progetto appaltato. Conclusione a mesi.
– Lotto 3 (ex officine edifici ex spogliatoi) appaltati i lavori. Sono in corso i lavori di completamento del progetto appaltato. Conclusione a mesi.
– Lotto 4 (scarico dei rosticci dopo trattamento nei forni) in località Le Lame vicino alla miniera: lotto da appaltare perché lasciato per ultimo perché ritenuto non prioritario. Il progetto consisterà in una copertura della discarica (circa 1 metro di terreno di riporto) e naturalizzazione dei versanti. Comunque le acque che attualmente cadono sullo strato superiore dei rosticci non rappresentano un pericolo di inquinamento della faglia e delle acque di scolo perché trattasi di rosticci trattati a oltre 1000° C che possono ancora contenere una minima quantità di cinabro.
– Lotto 5 (ex polveriere e uffici e strutture di supporto) lavori completati;
– Lotto 6 (ex forni) la parte più centrale ed inquinata. E’ stato completato il progetto esecutivo. A breve si terrà la conferenza dei servizi che dovrà esprimersi su tale progetto. Si pensa di appaltare (se i tempi burocratici verranno rispettati) i lavori entro il 2017. Il completamento degli stessi lavori di bonifica si prevedono per fine 2018 – primi 2019. Questo progetto importante prevede infatti un finanziamento consistente di circa 8.000.000 di euro. Soldi già disponibili nelle casse del comune.

Importante è poi il fatto che finalmente è stato sbloccato il “patto di stabilità” sulla bonifica mineraria che aveva fino ad oggi bloccato la possibilità di appaltare gli interventi del Lotto 6.
-Laghetto Muraglione (dove confluivano in gran parte le acque di scolo dei forni). I fanghi depositatasi nel corso degli anni sono certamente un problema da affrontare. Le acque analizzate sono comunque non inquinate da mercurio. È previsto un intervento per creare un bypass per tali canali naturali di scolo affinché non confluiscano più totalmente nel laghetto. Progetto di bypass che si prevede verrà finanziato a breve dalla Regione per circa 1.700.000 euro. Le acque che attualmente escono dal laghetto non presentano una situazione di inquinamento preoccupante.

È presente dal 2008 il monitoraggio delle acque in tutta l’area ex miniera di Abbadia, con più di 30 piezometri dislocati in tutta l’area del Lotto 6 (ancora da bonificare) ed esternamente a tutta l’area di bonifica. I dati fino ad oggi rilevati sull’inquinamento delle acque non risultano particolarmente preoccupanti.
Altro intervento completato circa 2 anni fa è stato quello per la realizzazione di 2 canali di scolo delle acque della montagna con bypass dell’area mineraria, evitando così che le stesse confluissero nella ex area mineraria e in particolare nell’area ancora da bonificare (Lotto 6).


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4 febbraio 2017. DALL’AMIATA ALLA VALLE DEL TEVERE: ANCORA GEOTERMIA INDUSTRIALE O UN ALTRO SVILUPPO E’ POSSIBILE?

ABBADIA SAN SALVATORE (SIENA)
SABATO 4 FEBBRAIO 2017, ORE 14,30- 19,30
CINEMA TEATRO AMIATA
scarica la locandina

In memoria del Prof.Roberto Minervini

Sabato 4 febbraio 2017 ore 14,30-19,30 a Abbadia San Salvatore (Siena) presso il cinema teatro Amiata si terrà un convegno sul tema “Dall’Amiata alla Valle del Tevere: ancora geotermia industriale o un altro sviluppo è possibile?”, organizzato dalla Rete Nazionale NOGESI e SOS Geotermia. Il convegno è dedicato alla memoria del Prof. Roberto Minervini, animatore appassionato della rete NOGESI, recentemente scomparso.

Sarà una giornata di analisi e approfondimento delle tematiche della geotermia nel Monte Amiata, delle centrali flash geotermoelettriche dell’Enel presenti nel territorio (cinque centrali per una potenza installata di 120 MW), con emissioni in atmosfera di inquinanti, con effetti sulla salute dei cittadini, sull’ambiente, sulla sismicità, sul bacino idrico dell’Amiata (il più importante del Centro Italia), sui fiumi Paglia e Tevere, oggetto di inquinamento da mercurio sul territorio dei comuni dell’Alto Lazio e dell’Umbria.

Il Monte Amiata è al centro di un ecosistema a rischio, la cui salvaguardia e valorizzazione riguarda ben tre regioni: Toscana, Lazio e Umbria. Per questo il convegno vedrà la presenza di professori esperti in materia e di amministratori, non solo locali, ma anche di Lazio e Umbria. La presenza politica sarà dei consiglieri, membri della commissione ambiente del consiglio regionale della Toscana, perché esprimano le loro posizioni e gli impegni verso il consiglio regionale, il presidente e la giunta toscana.

Una parte importante del convegno sarà dedicata alla “proposta” che un cambiamento è possibile e che si può e si deve fare una diversa politica energetica del territorio in alternativa a quella attuale inquinante e speculativa, che si basi sul risparmio energetico, sulla efficienza e fonti realmente rinnovabili e compatibili con la salvaguardia dell’ambiente. Un piano energetico costruito con la partecipazione e la gestione dei cittadini, nel quadro delle effettive necessità energetiche in una situazione nazionale contrassegnata dalla riduzione dei consumi elettrici che non legittima, in questo momento, costruzione di nuove centrali elettriche.

E che si può e si deve puntare a un altro sviluppo economico, sostenibile, alternativo al “polo geotermico” che la regione Toscana vuol fare dell’Amiata, che si basi sul grande patrimonio ambientale, storico e culturale e sulla valorizzazione delle risorse del territorio (bio-agricoltura di montagna, artigianato locale, natura, etc.), che devono essere alla base delle scelte e dei programma del governo dei nostri amministratori locali e della stessa regione Toscana. Una giornata di “riflessione collettiva” sulle scelte che riguardano il futuro dell’Amiata e del Centro Italia.

Si invitano alla partecipazione, i cittadini, i comitati, i movimenti, gli amministratori, i partiti politici, le associazioni e organizzazioni di categoria, la stampa e le TV locali, regionali e nazionali.

PROGRAMMA (scarica la locandina in pdf alta qualità)

Ore 14:30 ACCREDITO PARTECIPANTI

Ore 15:00 APERTURA LAVORI
Presidenza: Vittorio Fagioli, Rete NOGESI
Saluto del Sindaco di Abbadia S. Salvatore (Siena): Dr. Fabrizio Tondi
Introduzione: Velio Arezzini, SOS Geotermia

Ore 15:15 GEOTERMIA, MERCURIO, INQUINANTI
Prof. Roberto Barocci, Geotermia Elettrica: rischi per la salute pubblica e le acque
Prof. Andrea Borgia, geologo, Univ. Milano, Amiata: Un velenoso cocktail di inquinanti
Giuseppe Germani, sindaco di Orvieto (Terni), Mercurio: un problema emergente dell’Italia Centrale
Dott.ssa Solange Manfredi, giurista, portavoce Rete NOGESI, Strasburgo chiama Amiata
Ing. Giorgio Santuci, presidente EGS, Nuove tecnologie geotermiche: BHE (Borehole Heat Exchangers)

Ore 16:30 LA POLITICA
Sono stati invitati: Stefano Baccelli, presidente Commissione Ambiente Consiglio Regionale Toscana. (PD)
Giacomo Giannarelli, vice presidente Commissione Ambiente Consiglio Regionale Toscana. (M5S)
Tommaso Fattori, membro Commissione Ambiente Consiglio Regionale Toscana. (SI)
Manuel Vescovi membro del Consiglio Regionale Toscana (Lega Nord)

Ore 17:15 IL CAMBIAMENTO È POSSIBILE: PROPOSTE PER UN ALTRO SVILUPPO
Dr. Andrea Strozzi, ideatore del “Low Living & High Thinking”, giornalista de “Il Fatto Quotidiano”, L’insufficienza dell’efficienza
Claudio Galletti, Sindaco di Castiglione d’Orcia (Siena), Parco della Val d’Orcia e Amiata: i territori protagonisti
Bassetti Andrea, imprenditore, Presidente del Biodistretto della Val d’Orcia
Antonio Pacini, L’Orto Botanico del M. Amiata e la sua Biodiversità
Fabio Menchetti, agronomo, L’olivo sospeso – il museo dell’olio di Seggiano
Angelo Ghinassi, Sindaco di Acquapendente (Viterbo), I comuni dell’Alto Lazio per un NO alla geotermia e uno sviluppo sostenibile del territorio

Ore 18:30 DIBATTITO
Ore 19:00 Prof.ssa Cinzia Mammolotti, Il manifesto dell’Amiata: idee e proposte per lo sviluppo durevole del territorio / Il Parco Nazionale del M. Amiata


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Reportage – Cronache dal sottosuolo della geotermia italiana (da Internazionale)

La centrale geotermica di Latera, provincia di Viterbo, ottobre 2016. (Simona Pampallona per Internazionale)

Reportage – Cronache dal sottosuolo della geotermia italiana
di Angelo Mastrandrea
da Internazionale dell’11 gennaio 2017

Ci aveva creduto, Roberto Minervini, alla possibilità di creare un piccolo paradiso tropicale nell’Alta Tuscia viterbese. Dopo venticinque anni trascorsi a occuparsi di idrobiologia e pesca, dalla Somalia al Perù, aveva pensato di portare il mondo a casa sua. A Latera, poco meno di mille abitanti arroccati su un colle che affaccia su un’area vulcanica, vicino al lago di Bolsena, alla fine degli anni novanta l’Enel stava per aprire una centrale geotermica, figlia di un progetto pilota in joint venture con l’Agip risalente a vent’anni prima. Si trattava di una centrale che avrebbe usato una tecnologia a “ciclo binario”, vale a dire che i fluidi sarebbero stati reimmessi sottoterra dopo averli estratti a grande profondità e averne utilizzato il calore.
Provincia, comune e comunità montana avevano costituito un consorzio che, grazie a un finanziamento europeo di 4,5 miliardi delle vecchie lire, aveva costruito 31mila metri quadri di serre che avrebbero dovuto essere riscaldate con i vapori estratti dal sottosuolo vulcanico. Minervini, con alcuni soci in cooperativa, ne aveva presi in affitto cinquemila, con l’idea di mettere in piedi un allevamento di pesci destinati agli acquari e un vivaio di piante ornamentali. “Il progetto era tutto mio, puntavo al 10 per cento del mercato e a regime avrei impiegato almeno quindici persone”, mi aveva raccontato poco prima di Natale passeggiando tra le rovine del suo gioiellino, del quale rimane solo una vasca colma di acqua piovana nella quale sopravvivono alcune carpe giapponesi. “Era uno spettacolo a vedersi”, mi aveva detto allargando le braccia.

Archeologia energetica
Le cose avevano cominciato ad andar male fin dal primo giorno quando, accesi i motori, “le vetrate hanno cominciato a cadere” perché “le serre erano state costruite male e con materiali scadenti”. Ma il colpo al cuore doveva ancora arrivare. La centrale chiuse i battenti subito dopo essere andata in funzione, quando “si accorsero che non riuscivano a rispedire i gas nel sottosuolo”. Li dispersero nell’atmosfera e la puzza si sentì fino a Montefiascone, all’altro capo del lago di Bolsena, scatenando le proteste dei cittadini. Alla fine di marzo del 2002 l’Enel decise di fermare tutto perché “i costi per adeguarla erano eccessivi e non giustificavano il suo mantenimento operativo”. La centrale, spiegarono, era scarsamente remunerativa.
Oggi l’impianto di Latera è ancora al suo posto, nuovo di zecca e inutilizzato. Si parla di una sua riconversione a biomasse ma per il momento rimane una cattedrale nel deserto. Lungo la collina scendono i tubi che avrebbero dovuto portare il calore a valle, solo parzialmente ricoperti dalla natura che lentamente sta riprendendosi ciò che le era stato sottratto. Le serre abbandonate sono un precoce esempio di archeologia energetica. Minervini e gli altri imprenditori che avevano creduto nel progetto avevano provato ad andare avanti, confidando che prima o poi la centrale sarebbe ripartita. “Avevamo investito un miliardo di vecchie lire in questo progetto, ricevendo pure i complimenti dall’Unione europea”, mi aveva raccontato il biologo imprenditore, che aveva appena finito di smontare le vasche con i pesci, messe in vendita per ripianare i debiti della società, fallita con corollario di drammi personali, tra i quali il tentato suicidio di un socio che aveva impegnato tutto.
Lo sguardo di Minervini era quello mesto di chi ha preso una batosta dalla quale stenta a riprendersi, e chissà se pure nel suo caso la profonda delusione non sia stata alla radice del male che se l’è portato via in meno di un mese fa, agli inizi del nuovo anno, lasciandogli solo il tempo di completare la dismissione dell’acquario.

Fagioli è giunto alla conclusione che la geotermia non è un’energia rinnovabile, com’è invece considerata, e non è neppure così pulita come viene spacciata

Il caso di Latera potrebbe essere archiviato come un errore del passato, se non fosse che nella graduatoria delle dieci Istanze con procedimento avviato pubblicate sul sito del ministero dello sviluppo economico in seguito al “decreto Scajola” del 2011, che ha liberalizzato le trivellazioni, è comparsa una new-old entry: Latera, appunto. Da quel che si apprende, a presentare un nuovo “progetto pilota” è stata un’azienda con sede a Viterbo, la Latera sviluppo, e non è chiaro se abbia intenzione di rilevare l’impianto fermo o di costruirne un altro ex novo.
In pole position c’è invece una proposta presentata da un’altra impresa nella vicina Castel Giorgio, ad appena una ventina di chilometri di distanza, in provincia di Terni. Qui incontro Vittorio Fagioli, un ex dipendente dell’Enel in pensione, oggi diventato uno dei principali animatori della rete No geotermia elettrica speculativa e inquinante (Nogesi), che si batte contro il business del calore sotterraneo, segnalando i rischi provocati dalle perforazioni in profondità, dalla fratturazione idraulica, il fracking, e dalle emissioni dei gas nell’atmosfera: piccoli terremoti (l’Enea e l’Ispra ne hanno “documentati” alcuni di magnitudo 2,9 della scala Richter “indotti” dalla centrale di Latera), inquinamento delle falde acquifere e dell’aria per via dell’acido solfidrico, del mercurio, del boro e dell’arsenico estratti.

L’idrobiologo Roberto Minervini nella centrale di Latera, ottobre 2016. (Simona Pampallona per Internazionale)

Nel piccolo comune umbro dovrebbe nascere un “impianto-pilota” di nuova generazione, con cinque pozzi di estrazione fino a 1.200 metri di profondità e altri quattro di reiniezione dell’acqua profondi 2.300 metri. Ma i cittadini sono diffidenti e le amministrazioni locali non appaiono propense a ripetere l’esperienza fallimentare di Latera. Fagioli, che vive in un antico casale di campagna, si è messo a studiare ed è giunto alla conclusione che la geotermia non è un’energia rinnovabile, com’è invece considerata, e non è neppure così pulita come viene spacciata, a meno che non se ne faccia un “uso più capillare”, appunto, a bassa entalpia per uso abitativo.
Le associazioni ambientaliste dell’orvietano, dell’Alta Tuscia e del viterbese denunciano le criticità dell’azienda che ha avuto il permesso: “Dalle visure camerali risulta che la Itw-Lkw Geotermia Italia spa è una società vuota”, con capitale sociale iniziale di 200mila euro poi innalzato a un milione, e il curriculum del suo presidente è quello di un “commercialista e non di un imprenditore”, hanno messo nero su bianco in una lettera inviata alle istituzioni, a partire dal ministero dello sviluppo economico. Dalle carte risulta, a loro dire, che l’azienda italiana ha “un socio unico, la Itw&Lkw Beteiligungs Gmbh, impresa di investimenti a responsabilità limitata di diritto austriaco con soli 35mila euro di capitale, presieduta dal signor Werner Vogt e apparentemente di proprietà di una piccola ditta del Liechtenstein intestata allo stesso Vogt”. Soprattutto, sono sconcertati dalla “totale inesperienza” di quest’ultima: “La Itw non ha mai realizzato un impianto geotermico, neppure casalingo”.

Frutto avvelenato del decreto Scajola
Nel piccolo comune umbro, che si fregia del titolo di “capitale europea del football americano” per via del primo impianto realizzato in Italia per questo sport, sono convinti che il permesso per i nuovi pozzi sia un frutto avvelenato del decreto Scajola, che ha dichiarato “di pubblico interesse e di pubblica utilità” la geotermia a “media entalpia”, scavalcando le amministrazioni locali, e ha liberalizzato le concessioni, causando una moltiplicazione di richieste: 31 permessi sono stati assegnati nella sola Toscana, mentre nel Lazio se ne contano 25.
I comuni di Acquapendente, Allerona, Bolsena, Castel Giorgio, Grotte di Castro, Montefiascone e Orvieto e la provincia di Viterbo hanno fatto ricorso al Tar del Lazio contro la concessione, mentre la Rete Nogesi ha presentato esposti alla procura della repubblica, alla corte dei conti e all’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), segnalando alcune anomalie che, se fossero accertate, getterebbero più di un’ombra sull’intera vicenda. Nel mirino, in particolare, sono finiti alcuni “conflitti d’interesse”, a cominciare da quello del “primo firmatario e project supervisor per la società Itw-Lkw Geotermia Italia Spa, il professor Franco Barberi” che, scrivono nei loro ricorsi, “dopo aver depositato al ministero per lo sviluppo economico l’istanza di permesso per i suoi impianti geotermici” è stato nominato, “in qualità di esperto in materia di risorse geotermiche”, componente della commissione “che deve approvare il suo progetto privato”.
In realtà Barberi, professore di vulcanologia, ministro con il governo Dini e sottosegretario con Prodi e D’Alema, nonché capo della protezione civile ai tempi della “missione Arcobaleno” in Kosovo, si è assentato al momento della votazione sul suo progetto, ma per gli ambientalisti questo non è stato sufficiente a garantire l’imparzialità dell’organismo e a evitare il conflitto d’interessi. Anche perché, insistono gli autori degli esposti, sua moglie Maria Luisa Carapezza, funzionaria dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), è stata incaricata dall’Istituto di “predisporre dati e relazioni” per la valutazione d’impatto ambientale sul progetto presentato dal consorte. Investito dal caso, l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia ha però stabilito che il conflitto di interessi tra Barberi e Carapezza è “insussistente”.
Sotto la lente d’ingrandimento della rete contro il geotermico è finito pure il presidente della commissione che ha dato il via libera ambientale all’impianto, l’ingegner Guido Monteforte Specchi, accusato di aver partecipato a una conferenza come consulente privato della Itw-Lkw e di aver redatto e firmato, nella stessa veste, un “parere pro veritate”. I comitati hanno sottolineato pure un’altra anomalia: la relazione finale sull’impatto ambientale sarebbe stata affidata a un astrofisico, senza tener conto del “parere allarmato” dell’unico esperto di geotermia presente nella commissione.

Un pugno in un occhio
La verità è che l’idea di costruire un impianto per estrarre il calore dal sottosuolo a Castel Giorgio piace davvero a pochi. L’ex assessore all’ambiente della regione Umbria Silvano Rometti ha espresso “forti perplessità in merito agli aspetti deontologici connessi al ruolo esercitato” dall’ingegner Specchi, mentre la soprintendenza per i beni architettonici e ambientali dell’Umbria ha espresso un parere critico: la centrale sarebbe un impianto industriale di scarsa qualità architettonica, con macchinari in vista, tubi per il trasporto dei fluidi e prefabbricati. Il che, in una zona intonsa dal punto di vista paesaggistico, sarebbe come un pugno in un occhio, come dimostra il caso di Latera.

I tubi dell’impianto di Latera che avrebbero dovuto portare il calore a valle, ottobre 2016. (Simona Pampallona per Internazionale)

La professoressa Fedora Quattrocchi dell’Ingv, incaricata dai sindaci del territorio di preparare una controrelazione, scrive di “misure essenziali mal rilevate o non fatte, insufficienza dei dati raccolti, pericolosità di incidenti mortali per uomini ed animali sottaciute, pericolosità non rilevate per abitazioni e ambienti”. Senza troppi peli sulla lingua, la scienziata definisce la documentazione prodotta così carente da configurare una “truffa ai danni dei committenti e indirettamente allo stato”. Il progetto sarebbe stato inoltre bocciato dal gruppo di banche alle quali la Itw-Lkw si sarebbe rivolta per ottenere finanziamenti: la richiesta sarebbe stata negata dopo che tre esperti nominati dagli stessi istituti di credito (un geologo, un economista e un impiantista) avrebbero presentato relazioni negative.
L’azienda si difende sostenendo che la centrale non ripeterà il flop di quest’ultima, perché sarà un impianto a emissioni zero e a ridottissimo impatto ambientale: in un comunicato si legge che esso sarà a “media entalpia”, dunque meno invasivo, e userà anche in questo caso una piattaforma “a ciclo binario”, con l’estrazione dei gas del suolo da una parte e la loro reimmissione nel sottosuolo dall’altra, senza disperderli nell’atmosfera. Inoltre, spiegano, “non sono previste le torri di trivellazione che impattano pesantemente sul paesaggio”.
Per i comitati si tratta solo di campagne di “greenwashing”, che puntano a far apparire ambientalmente presentabile una struttura che invece non lo sarà. Tutti hanno partecipato, agli inizi di novembre ad Acquapendente, nel viterbese, agli Stati generali della geotermia. Tra gli invitati c’era pure il primo cittadino di Casole Val D’Elsa, primo comune d’Italia a dichiararsi “degeotermizzato”. Nel paesino senese l’amministrazione ha dato la parola ai cittadini e il risultato è stato un plebiscito di no al geotermico: ben 1.326 sono stati i voti contrari, contro appena 94 voti favorevoli. Ma l’intervento più sorprendente è stato quello del presidente del consorzio di tutela del Morellino di Scansano, intervenuto in rappresentanza di 106 aziende vitivinicole a esprimere la “profonda preoccupazione” per le conseguenze d’immagine negative che la geotermia potrebbe avere su un prodotto d’eccellenza come il celebre vino toscano.

A tutto geyser
L’Italia non è l’Islanda, che ricava dai geyser due terzi della sua energia, ma è al top in Europa, grazie alla presenza di zone vulcaniche e faglie appenniniche da cui attingere acqua calda e vapore: il 10 per cento della geotermia mondiale e la metà di quella europea sono “made in Italy”. La Toscana, che si alimenta al 25 per cento grazie al calore delle viscere della terra, la considera alla stregua di un prodotto tipico dal giorno in cui Pietro Ginori Conti, bisnipote di Francesco Larderel che aveva promosso lo sfruttamento dei soffioni boraciferi toscani, riuscì ad accendere cinque lampadine con l’energia presa dal calore del sottosuolo. Era il 1 luglio del 1904 e da allora molte cose sono cambiate.
Oggi la centrale di Larderello produce 547 MW di elettricità, quanto un impianto nucleare, mentre una ricerca epidemiologica condotta dalla fondazione Monasterio, dal Cnr di Pisa e dall’Agenzia regionale di sanità della Toscana ha messo in evidenza un aumento della mortalità maschile nei comuni “geotermici” del 13 per cento rispetto alla media regionale, con il 30 per cento in più di morti per tumori nei comuni di Abbadia San Salvatore, Piancastagnaio e Arcidosso. Sui dati si è scatenata la bagarre: la regione Toscana ha provato ad attribuirli a differenze negli “stili di vita” dei cittadini dell’Amiata rispetto agli altri, i comitati ritengono che le emissioni degli impianti concorrano a peggiorare la salubrità dell’ambiente e dunque delle persone, mentre l’Enel, titolare degli impianti, ha negato qualsiasi relazione di causa-effetto.

In questo momento quella dell’Amiata è la ‘più grande questione ambientale dell’Italia centrale’

L’interno di un edificio dell’impianto di Latera, ottobre 2016. (Simona Pampallona per Internazionale)

Quale che sia la verità, l’unica certezza è che le morti in più non dipendono dagli “stili di vita”: uno studio dell’Agenzia regionale di sanità ha stabilito che gli abitanti dell’Amiata non fumano più sigarette, non mangiano peggio, non fanno minore attività fisica e non bevono più alcolici di chi abita in un raggio di cinquanta chilometri e ha un tasso di mortalità inferiore. La rete Sos Geotermia cita una ricerca pubblicata sul Journal of cleaner production, secondo la quale “l’inquinamento prodotto da gas a effetto serra emessi delle centrali geotermiche in Amiata è quasi simile a quello di una centrale a carbone di uguale potenza”, e uno studio di QualEnergia che prende di mira le emissioni di ammoniaca.
Il problema dell’Amiata, a loro dire, è l’utilizzo di una tecnologia considerata “superata”: si chiama “flash” e prevede la dispersione dei gas nell’atmosfera, attraverso dei filtri, mentre i liquidi condensati sono reiniettati nel terreno. Per questo i comitati toscani hanno deciso di presentare un ricorso alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, sostenendo che “in una situazione già considerata a rischio non è corretto aggiungere altri inquinanti nell’atmosfera, anche se provengono da impianti a norma”. “Ci appelliamo allo stesso principio utilizzato nelle grandi città quando si superano i livelli di pm10: si vieta l’utilizzo delle auto”, dice Roberto Barocci, uno dei principali esponenti della rete toscana. A loro avviso, in questo momento quella dell’Amiata è la “più grande questione ambientale dell’Italia centrale”.
Enel Green Power, proprietaria degli impianti contestati, è di tutt’altra opinione. Rispondendo all’accusa, lanciata da un ambientalista locale a mezzo stampa, di essere la responsabile indiretta del crollo della produzione di castagne sull’Amiata, attaccate da un insetto killer proliferato a causa delle esalazioni, l’azienda ha risposto che “le emissioni geotermiche, peraltro sostitutive di manifestazioni naturali, vengono abbattute per la quasi totalità dagli impianti Amis (che abbattono le esalazioni di mercurio e idrogeno solforato, ndr) e, per le centrali di Bagnore, anche da un innovativo impianto di abbattimento ammoniaca”. Inoltre, “dalle torri di raffreddamento esce per il 99,4 per cento vapore acqueo e co2 carbon free, su cui sono in corso innovativi progetti pilota per l’utilizzo della co2 a fini alimentari”. La società dell’Enel deputata allo sviluppo delle energie rinnovabili, oltre alle 94 centrali e ai 490 pozzi in tutta Italia, ha conquistato una posizione da leader nel settore in tutto il mondo: fornisce il 30 per cento dell’energia in El Salvador, ha costruito quattro centrali negli Stati Uniti e si è appena aggiudicata la gara per la costruzione di un impianto da 55 MW in Indonesia.

Prossimo obiettivo: la solfatara di Pozzuoli
Favorevoli e contrari concordano su un unico punto: la geotermia va fatta bene. Il principio è stato messo nero su bianco, dopo una serie di audizioni di comitati territoriali, amministratori locali ed esperti, in una risoluzione approvata all’unanimità dalle commissioni ambiente e attività produttive alla camera dei deputati. Nel testo si sollecita il governo a emanare delle “linee guida” per le nuove concessioni delle quali la Valutazione d’impatto ambientale dovrà tenere conto. Inoltre, si chiede di “favorire lo sviluppo e la diffusione della geotermia a bassa entalpia, ossia con impianti che sfruttano il calore a piccole profondità, per l’importante contributo che può dare alla riduzione del fabbisogno energetico del patrimonio edilizio italiano”.
Ma lo scontro pare destinato inevitabilmente a riaccendersi. Il motivo è riassunto nei dati forniti al parlamento dall’Unione geotermica italiana: le risorse potenzialmente estraibili sono pari a 500 milioni di tonnellate di petrolio. In buona sostanza, sembrano dire i fautori della geotermia, siamo seduti su una miniera di calore e questo potrebbe essere il nostro oro.
All’orizzonte già si delinea il prossimo fronte: i Campi Flegrei. Un’azienda con sede a Napoli, la Geoelectric, vorrebbe trivellare la solfatara di Pozzuoli e il vulcanologo dell’Osservatorio vesuviano Giuseppe Mastrolorenzo lancia l’allarme: “È un progetto pericolosissimo, perché si vuole bucare il vulcano più pericoloso al mondo, dove ogni giorno vengono emesse dalle fumarole tremila tonnellate di co2”. La centrale verrebbe costruita su un bordo esterno del cratere, dove le emissioni naturali, come in un’enorme pentola a vapore, sono più forti e non c’è bisogno di scendere troppo in profondità. Secondo lo scienziato dell’Ingv, l’estrazione e soprattutto la reimmissione dei gas nel sottosuolo potrebbero provocare pericolosi terremoti, “in un’area già molto attiva dal punto di vista sismico e bradisismico”: tra il 1983 e il 1984 la città di Pozzuoli si sollevò di quasi due metri, il tempio romano di Serapide, fino ad allora sommerso, tornò al di sopra delle acque e si registrarono diecimila microterremoti. Soprattutto, si rischia di risvegliare il mostro dormiente. “La risalita del magma è un’ipotesi estrema, ma non può essere esclusa”, avverte Mastrolorenzo.

Per gli esponenti della rete Nogesi gli incentivi pubblici andrebbero indirizzati a piccoli contributi per impianti a bassissimo impatto

Quella dei Campi Flegrei non è l’unica centrale geotermica prevista in Campania: da mesi sull’isola di Ischia si polemizza sulla possibile costruzione di un impianto a Serrara Fontana, alle falde del monte Epomeo. A insorgere contro il progetto della società Ischia geotermia sono stati soprattutto albergatori e gestori delle terme, preoccupati per la possibilità che si possano modificare “le caratteristiche fisiche delle acque”, facendo crollare la maggiore risorsa turistica dell’isola.
“Perché continuare a costruire centrali quando i consumi stanno calando e l’Italia si sta deindustrializzando? Abbiamo davvero bisogno di altri 50 MW di energia elettrica quando già utilizziamo molto meno di quello che produciamo?”, si chiede Fagioli. Di 130mila MW di potenza installata, l’Italia ne utilizza non più di 60 mila, e in questo contesto il geotermico appare ben poca cosa. Piuttosto, i comitati propongono che lo sfruttamento del calore sotterraneo avvenga con la “bassa entalpia”, vale a dire estraendo il calore a temperature inferiori ai 90 gradi, senza bisogno di scendere in profondità, e consentendo di riscaldare le abitazioni senza inquinare e rischiare di provocare terremoti. Per gli esponenti della rete Nogesi gli incentivi pubblici andrebbero indirizzati in quella direzione: piccoli contributi per impianti a bassissimo impatto.
Ma la legge Scajola va in tutt’altra direzione: le liberalizzazioni previste a molti fanno rimpiangere l’epoca in cui a gestire il geotermico era solo l’Enel e non le tante aziende che nascono come funghi per saltare sul carro degli incentivi di stato. Per dare il senso del fallimento delle privatizzazioni, citano un solo dato: dall’approvazione della legge Scajola che ha dato il via libera alle trivelle, delle dieci nuove centrali previste non ne è stata costruita ancora neppure una.

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Avviata l’indagine sulla presenza di mercurio nel Paglia e Tevere, gli esiti dell’incontro

da OrvietoNews.it del 9 gennaio 2017

Si è tenuto lunedì 9 gennaio in Comune, come annunciato, l’incontro di informazione pubblica sulla prima fase del Piano d’indagine nelle aste fluviali dei fiume Paglia e Tevere per la verifica dello stato di contaminazione da mercurio a conclusione dell’indagine conoscitiva sullo stato di contaminazione da mercurio, coordinata dall’Autorità di Bacino del Tevere con il coinvolgimento delle strutture tecniche delle Regioni Toscana, Umbria e Lazio e delle rispettiva ARPA e la partecipazione del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.

Infatti, a seguito della richiesta di attivazione della normativa sul danno ambientale, ai sensi dell’art. 309 del D.Lgs. n. 152/06 rivolta dalla Regione Umbria al Ministero dell’Ambiente, e attraverso il coordinamento dell’Autorità di bacino del Tevere, le Regioni Toscana, Umbria e Lazio hanno incaricato le rispettive Agenzie di protezione ambientale (ARPA) di elaborare un piano di indagine integrato per la verifica dello stato di contaminazione da mercurio al fine di progettare le specifiche attività del monitoraggio previsto dalla Direttiva 2000/60/CE integrate con valutazioni ambientali e sanitarie su suolo, sedimenti e alimenti che investono l’intera piano alluvionale del paglia e la porzione del Tevere a valle della confluenza fino alla traversa di Nazzano.

I lavori, coordinati da Giorgio Cesari – Autorità di bacino del fiume Tevere, sono stati aperti dai saluti del Sindaco di Orvieto, Giuseppe Germani e dall’Assessore regionale Fernanda Cecchini, assenti giustificati da altri impegni istituzionali nelle rispettive regioni, gli Assessori Regionali Federica Fratoni (Toscana) e Mauro Buschini (Lazio) e il rappresentante del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare Francesco Gigliani.

Di seguito ampia sintesi degli interventi a cura dell’Ufficio Stampa del Comune di Orvieto:

 “In questi mesi – ha detto il Sindaco, Giuseppe Germani nel ringraziare i partecipanti – si è lavorato ad un problema che emerge da tempo e rispetto al quale cerchiamo tutti di capire il fenomeno per trovare le soluzioni più idonee. Desidero aprire questa giornata ricordando il Prof. Roberto Minervini che sui temi dell’ambiente si è speso molto e che è scomparso in questi giorni. Oggi cercheremo di entrare su un tema in cui spesso si è parlato a sproposito. Tre regioni che si mettono insieme per affrontarlo è un primo elemento della metodologia che intendiamo portare avanti. Insieme, le tre ARPA stanno portando avanti una grande indagine per fornirci gli elementi scientifici necessari ad affrontare il problema. In questa zona abbiamo investito molto sull’ambiente la cui salvaguardia ci interessa particolarmente. Oggi dovremo capire anche dove andare a reperire le risorse e quali prerogative sviluppare, ma anche il percorso su cui lavorare per raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati. L’Amministrazione Comunale di Orvieto è a disposizione con tutto quello che può fare possiamo, anche nel contesto del programma del ‘Contratto di Fiume’ che può essere di grande aiuto all’obiettivo di questa azione congiunta”.

Gli obiettivi sono anche quelli della Regione Umbria – ha affermato l’Assessore All’Ambiente, Fernanda Cecchini – ma prima di approntare interventi di bonifica occorre capire lo stato delle cose. Siamo una regione che ha tra le sue punte di diamante la qualità dell’ambiente, quindi per noi portare avanti una politica volta a monitorare ed intervenire è straordinariamente importante. Questo lavoro coincide con il piano di aggiornamento della qualità delle acque che comprende un lavoro corposo ed una situazione che vede la maggioranza dei nostri corsi d’acqua attestarsi su caratteristiche positive. L’attività estrattiva sull’Amiata durata per circa 120 anni se da un lato ha sostenuto le stagioni di progresso, a distanza di 40 anni dalla chiusura dell’ultima miniera ad Abbadia San Salvatore, sta procurando preoccupazioni per il livello di sedimenti di mercurio. Rispetto alle preoccupazioni e ai dati reali del territorio è giusto fare sintesi su questo fenomeno e dare informazioni certificate alla comunità perché ci sia la consapevolezza di come stanno le cose. Regioni, ARPA ed Autorità di Bacino hanno il compito di studiare e mettere a disposizione i risultati. Abbiamo fatto quello che le Istituzioni possono fare per mettere al lavoro quanti ne hanno competenza. I primi risultati ci sono e vanno confrontati con altri elementi. Per fare questo occorre l’individuazione delle risorse necessarie”.

Diego Zurli (Regione Umbria) ha posto in evidenza il metodo di lavoro che dovrebbe essere replicato per tutti i vari aspetti riguardanti i fiume Paglia, ovvero: “ci sono più soggetti riuniti per affrontare un sistema complesso che richiede approfondimenti e valutazioni da condividere con altri territori. Sarebbe importante istituire un primo tavolo di lavoro per affrontare in un’ottica più ampia un tema che ha un valore su scala non solo locale ma nazionale. Penso al tema del rischio idraulico, al trasporto dei sedimenti, al tema delle dighe”. Sollecitazione subito accolta dal rappresentante dell’Autorità di bacino del fiume Tevere, Giorgio Cesari.

Sempre in rappresentanza dell’Autorità di bacino, Remo Pelillo ha ricordato che “siamo in una fase di passaggio tra Bacino e Distretto Idrografico dell’Appennino Centrale. Nel prosieguo di questo importante lavoro di studio, l’indagine dovrà essere allargata al Fiora. Grazie al rapporto di collaborazione e progettazione condivisa tra le varie ARPA e le Regioni si porrà l’accento dalle concentrazioni ai carichi inquinanti che, in qualche modo, vengono inseriti o naturalmente o attraverso le attività umane. La questione dei carichi è essenziale poiché la Commissione Europea su questo aspetto non fa sconti. Questo studio è il primo di una serie di valutazioni. Il valore medio è un valore atteso che non è detto che arrivi. La varianza dei fenomeni naturali insieme al valore medio dà la misura della complessità del sistema. Il piano di indagine consentirà di vedere le misure da attuare già nel 2017. L’inventario delle emissioni degli scarichi è l’altro tema che lo studio dovrà affrontare per controllare le fonti di inquinamento. C’è poi la necessità di allineare il catasto dei prelievi idrici. Come Autorità di Bacino saremo impegnati nel raccordo del lavoro delle tre regioni”.

I passaggi operativi della prima indagine documentale realizzata in collaborazione con il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Firenze per verificare l’origine e l’entità della presenza di Mercurio, sono stati riassunti dall’Ing. Sandro Posati della Regione Umbria il quale ha ricordato che lo scorso agosto, il Comune di Orvieto ha costituito il gruppo tecnico operativo composto da vari rappresentanti delle Istituzioni con compiti di condivisione, monitoraggio ed informazione al territorio sulle attività tecniche conoscitive messe in atto da varie Amministrazioni  inerenti sia le matrici ambientali che gli eventuali impatti sulla salute pubblica, nonché sulle possibili  ipotesi di intervento per la mitigazione del rischio. In seguito, Arpa Umbria ha sensibilizzato l’Autorità di bacino del Tevere che la stessa ha posto all’ordine del giorno del comitato tecnico alla presenza delle Regioni e del Ministero dell’Ambiente. Le Regioni hanno dato mandato alle Agenzie di protezione ambientale di Toscana, Umbria e Lazio di predisporre un programma di attività condiviso, al fine di esaminare nelle matrici ambientali, e in prima battuta in alcune matrici alimentari, la presenza del mercurio lungo il corso del Fiume Paglia e del Fiume Tevere. Altro tema trattato nel programma di indagine è quello relativo all’uso di tecniche sperimentali per la mitigazione e riduzione della presenza di tale inquinante nelle sue forme più dannose per la salute umana. La Regione Umbria si è impegnata a collaborare e contribuire con 50 mila Euro per annualità 2017 alle varie fasi dello studio.

Degli obiettivi del monitoraggio vero e proprio, da svilupparsi anche per successive fasi di affinamento in relazione ai risultati intermedi conseguiti, ha parlato Giancarlo Marchetti di ARPA Umbria.

Il Piano di Indagine

Il monitoraggio dovrà: verificare lo stato di contaminazione da mercurio nei diversi ambiti territoriali e nei principali elementi-bersaglio; ricostruire la dinamica del fenomeno; identificare i potenziali interventi conseguenti ai risultati del piano.

Le possibili Azioni conseguenti ai risultati sono rappresentate da: misure provvisorie e contingibili a tutela della salute umana, compresa l’eventuale rimodulazione di quelle già messe in atto in forma autonoma; identificare le più corrette procedure amministrative d’azione anche ai fini del reperimento delle necessarie risorse economiche; azioni strutturali (qualora necessario) da mettere in campo al fine di riportare le concentrazioni di sostanze inquinanti presenti nel suolo, sottosuolo ed acque sotterranee e superficiali entro soglie tali da non comportare rischio sanitario e garantire l’assenza di esportazione di contaminazione.

Come emerge dalla letteratura scientifica, le origini della presenza del Mercurio nel fiume Paglia risulta principalmente attribuibile alle attività estrattive presenti nell’area sud del Monte Amiata ed ora terminate. Il distretto minerario del monte Amiata ha rappresentato il quarto sito estrattivo al mondo con una produzione di circa 102.000 tonnellate di Mercurio dal 1860 al 1980. Il fiume Paglia ha un ruolo chiave nel trasporto del Mercurio in quanto drena buon parte dell’area mineraria. Il fiume Tevere, in virtù del contributo proveniente dal Paglia, può essere potenzialmente considerato uno dei maggiori contribuenti alla presenza di Mercurio nel mare Tirreno. Studi scientifici evidenziano che ad oltre 30 anni dalla chiusura del polo minerario, continuano ad essere presenti sull’ambiente effetti di diffusione, anche a distanza lungo il reticolo idrografico, di Mercurio.

Il Piano di indagine integrato condiviso tra Ambito di Bacino Tevere, le tre Regioni e le tre Arpa è finalizzato a progettare le specifiche attività del monitoraggio previsto dall’art. 8 della Direttiva n. 2000/60/CE integrate con valutazioni ambientali e sanitarie su suolo, sedimenti e alimenti che investono l’intera piana alluvionale del Paglia e la porzione del Tevere a valle della confluenza fino alla traversa di Nazzano.

L’area di indagine è suddivisa in 5 unità, ritenute significativamente omogenee al loro interno.
– Primo tratto: dalle origini sino allo sbocco nella pianura alluvionale di Monterubiaglio Allerona; (caratterizzato da un regime fluviale di carattere tipicamente torrentizio con poco materiale sedimentato). Sarà posta attenzione agli apporti degli affluenti laterali del Paglia provenienti dalle sorgenti primarie di contaminazione ubicate intorno al Monte Amiata.

– Secondo tratto: da Monterubiaglio – Allerona sino ad Alviano, caratterizzato da depositi e terrazzamenti alluvionali con un’estensione longitudinale al Paglia fino ad un paio di chilometri.

– Terzo tratto: ingresso alla zona umida di Alviano ed uscita Alviano, per verificare la presenza del mercurio nei sedimenti e eventuali dinamiche di accumulo.

– Quarto tratto: dal Tevere dopo Alviano sino alla confluenza con il Fiume Nera ad Orte, caratterizzato da uno scorrimento del fiume a tratti meandriforme in depositi alluvionali consistenti e di buona larghezza.

– Quinto tratto: da Orte, confluenza del Fiume Nera sino all’invaso di Nazzano.

Quanto alle Azioni previste all’interno di ciascuna delle unità saranno i definiti i profili geomorfologici, trasversali al tratto fluviale, con la ricostruzione dei terrazzi e delle aree interessate da alluvioni recenti; sui profili più significativi saranno definiti dei transetti dove eseguire campionamenti nelle varie unità geomorfologiche delle varie matrici ambientali e alimentari quali: Analisi di sedimenti fluviali e di terrazzo; Analisi di acque di pozzo e di fiume; Analisi di ortaggi, frutta; Analisi di Hg in aria e flussi dal suolo; Analisi nei pesci; Attività di phytoscreening.

Costituiscono attività preliminari il: Censimento delle miniere con presenza di cinabro e forni di arrostimento; il Censimento delle gallerie minerarie di drenaggio; la Verifica dello stato amministrativo delle bonifiche; la Valutazione (su tutto il bacino) della presenza di fonti potenziali di origine antropica e la Valutazione di fonti naturali di mercurio e dei livelli dei valori di fondo naturali.

Dal momento che le principali miniere di mercurio del comprensorio dell’Amiata insistono prevalentemente nel fiume Paglia e nel bacino del Fiora, oltre all’attività di monitoraggio e censimento delle miniere e delle gallerie minerarie di drenaggio, e sulla presenza di fonti antropiche – ha poi evidenziato Cesare Fagotti di ARPA Toscana – la Regione Toscana si concentrerà soprattutto nel vedere se c’è ancora un trasporto di mercurio. Il costo complessivo della ricerca è di 253.600 mila euro non ancora tutto finanziato ma in parte sì. Anche Regione Toscana ha deliberato risorse”.

La recente normativa europea – ha precisato Angiolo Martinelli di ARPA Lazio – ha introdotto per alcune sostanze, tra cui il mercurio, non solo la valutazione attraverso l’acqua ma attraverso tessuti organici (pesci), sarà questa pertanto una indicazione che verrà integrata nel Piano. Si arriverà a prendere in considerazione fenomeni di accumulo e trasferimento, ricostruendo il transito del trasporto di mercurio e in quale forma attraverso stazioni di campionamento. Già nel 2017 si potranno verificare le condizioni di maggiore/minore criticità. Uno studio deve darsi un obiettivo, una tempistica e delle risorse. Questo è il lavoro centrale che dovrà essere integrato da altre conoscenze inerenti il corridoio fluviale. Al fine di verificare tutte le possibili fonti di emissione di mercurio, si sono una serie di strumenti come ad esempio i piani regionali di inquinamento dell’aria. Il quadro delle conoscenze va costruito. Il CNR/Istituto Inquinamento Atmosferico sta procedendo all’aggiornamento dell’inventario delle emissioni che sarà utile per riportare a scala locale le valutazioni che emergono”.

Nel portare i saluti dell’Assessore regionale all’Ambiente della Regione Lazio, il rappresentante della Direzione Regionale Ambiente e Sistemi Naturali, Vito Consoli ha ringraziato l’Autorità di Bacino del Tevere per l’opportunità che è stata data di lavorare unendo tre regioni. “Dal punto di vista ambientale – ha sottolineato – le cose vanno affrontate solo in maniera integrata. Quello di oggi quindi è un incontro molto opportuno che spiega come ci muoveremo. Una metodologia da seguire nel tempo per informare la gente su come si sta andando avanti in quanto trasparenza significa anche questo, e non parlare soltanto alla fine di un percorso. Quello su cui stiamo lavorando è un piano di indagine serio. Come Regione Lazio lo approveremo prossimamente. Le risorse sono già postate nel bilancio precisando che si tratta delle risorse necessarie a partire. Allo studio dovrà seguire un piano di intervento che dovrà essere altrettanto serio ed anche molto prudente perché si tratta di un problema complesso che richiede un processo di comunicazione e trasparenza”.

La fase del dibattito, prevista a conclusione dell’incontro informativo, è stata arricchita dai contributi di:

Francesco Biondi (geologo) che ha detto di aspettarsi un maggiore coinvolgimento delle Associazioni. “Colpisce – ha aggiunto – la pochezza dei soldi che vengono elargiti dalle Regioni: 50 mila euro sono briciole. Le regioni, se comprendono veramente il problema, devono investire di più. il mio è un appello in questa direzione dimostrando di voler portare avanti un impegno serio”.

Le azioni coordinate dal basso hanno prodotto dei risultati – ha detto Endro Martini coordinamento tecnico del “Contratto di fiume Paglia” affidato ad Alta Scuola – dato che il tema è interregionale è in calendario l’idea di chiedere un comitato istituzionale dell’Autorità di Bacino affinché da questa istituzione venga un cofinanziamento del progetto. Sarebbe auspicabile che anche nel lavoro del contratto di fiume articolato su quattro tavoli tematici, proseguisse il modo di lavorare insieme. Infatti all’interno del Contratto di Fiume potrebbero essere affrontate altre tematiche pari a quella del mercurio. Da ultimo sarebbe interessante sensibilizzare le tre regioni per una indagine parallela da farsi da parte delle USL sulle patologie mercurio collegate”.

L’Autorità di Bacino è presente nei contratti di fiume – ha precisato Giorgio Cesari – il comitato istituzionali è stato richiesto da questa Autorità al Ministero Ambiente. La questione partecipativa è prevista mentre la direttiva sul monitoraggio prevede il raccordo con il Ministero della Sanità. Stiamo parlando di un piano di indagine che è stato avviato. Abbiamo previsto di individuare altri momenti di partecipazione pubblica insieme con le altre regioni”.

Esiste il problema storico e quello del completamento della bonifica dell’area mineraria dell’Amiata su cui tutte le tre regioni devono insistere – ha sostenuto Velio Arezzini rappresentante del Comitato cittadini di Abbadia San Salvatore – abbiamo chiesto che le bonifiche fossero gestir dai Comuni piuttosto che di Eni, perché è possibile riappropriarsi di pezzi del territorio bonificato. Oggi i responsabili della bonifica sono gli Enti Locali ma le risorse sono insufficienti. Fino ad oggi, nella zona dell’Amiata, sono stati spesi circa 7 mln e resta fuori il lotto dei forni i cui lavori dovrebbero iniziare nel 2018. Parlare ancora di inquinamento del Paglia dovuto alla miniera è una cosa ormai in via di superamento, si parla invece molto poco di geotermia che noi al contrario riteniamo sia un fenomeno non trascurabile e molto più inquinante”.

La corretta metodologia di indagine da estendere in un fascia molto più ampia dell’attuale alveo attivo del fiume non può prescindere dall’analisi storica” ha dichiarato Corrado Cencetti del Dipartimento di Fisica e Geologia dell’Università di Perugia.

Riconosco l’impegno del Sindaco che, da noi sollecitato, ha promosso questo incontro – ha dichiarato Lucia Vergaglia, Capogruppo M5S al Comune di Orvieto – vorrei sapere se questo studio approfondirà anche l’incidenza sul nostro territorio di alcune patologie riconducibili a determinate sostanze (patologie del sistema neurovegetativo, autismo), ciò al fine delle prevenzione”. Alla domanda ha risposto Giancarlo Marchetti che ha riferito “Il Ministero della salute ha introdotto nel Piano Nazionale della Prevenzione per la prima volta il tema ambiente e salute; anche la regione ha approvato il Piano regionale istituendo un Osservatorio Ambiente e Salute e in quell’ambito andranno confrontati i dati (evidenze di carattere sanitario e evidenze di carattere ambientale per eventuali approfondimenti epidemiologici)”.

La “raccomandazione affinché i risultati dello studio siano rapidi per fugare ogni ansia fra i cittadini” è giunta da Valentino Maggi rappresentante dei pescatori sportivi del bacino del Paglia.

A conclusione dei lavori, il Sindaco, Giuseppe Germani ha detto: “fino a qualche tempo fa nemmeno sapevamo con chi iniziare ad interloquire, oggi invece possiamo dire di essere finalmente partiti con uno studio scientifico che riguarda un territorio ampio del Centro Italia, effettuato da tre Regioni. Nella Regione Umbria, nelle altre regioni e nelle ARPA abbiamo trovato le interlocuzioni necessarie. Sulla geotermia mi limito a ricordare che dai Comuni dell’Orvietano è giunto un NO chiaro. Dovremo impegnarci ancora per far sì che la pratica della condivisione fra le Istituzioni diventi una metodologia di lavoro ricorrente”.


da TELEORVIETOWEB DUE del 9 gennaio 2017


da OrvietoSì.it del 10 gennaio 2017

Verifica dello stato di contaminazione da mercurio nelle aste fluviali dei fiumi Paglia e Tevere

di Valentino Saccà

ORVIETO – Quello del mercurio nel Paglia è un problema annoso, delicato e complesso che riguarda le tre regioni Umbria, Lazio e Toscana, che ha bisogno di essere analizzato dalla radice e su cui informare la cittadinanza in modo trasparente.
Ieri mattina, come annunciato,
presso il comune di Orvieto è stato presentato un incontro informativo sui lavori riguardanti il Piano di Indagine sul mercurio nel Paglia.
Giorgio Cesari  dell’Autorità di Bacino, ha aperto ricordando che si tratta di un incontro informativo e che il Piano comprende congiuntamente le regioni Lazio Umbria e Toscana le tre rispettive ARPA e l’Autorità di bacino. E per affrontare e risolvere tale problema bisogna prima dare un quadro chiaro della situazione.
Ha fatto poi il suo intervento il sindaco
Giuseppe Germani, durante il quale ha brevemente ricordato la recente scomparsa del professor Minervini, che si è speso molto sul fronte ambientale.


In questi mesi si è andati avanti con questo lavoro congiunto, cercheremo di entrare nel dato reale di questo problema. Se vogliamo puntare a una politica di sviluppo bisogna comprendere alla radice problemi di tale portata. Insieme, le tre ARPA stanno portando avanti una grande indagine per fornirci gli elementi scientifici necessari ad affrontare il problema.
In questa zona – ha aggiuto Germani – abbiamo investito molto sull’ambiente la cui salvaguardia ci interessa particolarmente. Oggi dovremo capire anche dove andare a reperire le risorse e quali prerogative sviluppare, ma anche il percorso per raggiungere gli obiettivi. su cui lavorare che ci siamo prefissati. L’Amministrazione Comunale di Orvieto è a disposizione con tutto quello che può fare possiamo, anche nel contesto del programma del ‘Contratto di Fiume’ che può essere di grande aiuto all’obiettivo di questa azione congiunta”. L’intervento dell’assessore regionale Fernanda Cecchini ha ribadito come l’attività estrattiva sull’Amiata durata per circa 120 anni se da un lato ha sostenuto le stagioni di progresso, a distanza di 40 anni dalla chiusura dell’ultima miniera ad Abbadia San Salvatore, sta procurando preoccupazioni per il livello di sedimenti di mercurio.
L’Umbria – ha spiegato Cecchini è la regione che tra le punte di diamante vanta il paesaggio e l’ambiente e bisogna quindi portare avanti una politica dove il monitoraggio precede l’intervento. E’ un lavoro corposo quello è tra di aggiornamento del piano delle acque e ora comprende anche un’analisi biologica delle stesse. Misura e accortezza da adottare a riguardo è tra gli obbiettivi che ci siamo preposti”.
Diego Zurli, direzione regionale Governo del territorio e Paesaggio, ha posto l’accento sul metodo. “Importante è l’aspetto metodologico che andrebbe replicato come modello anche per altri temi di analoga importanza e io suggerirei ad esempio quello del rischio idraulico“. Poi è intervenuto l’ingegnere Remo Pelillo, Autorità di Bacino del fiume Tevere. “Uno degli aspetti positivi del Piano di indagine è che con questa collaborazione tra enti si passerà dalla valutazione della concentrazione alla valutazione dei carichi, ovvero bisognerà iniziare a prendere in considerazione il problema sulla cognizione dei carichi all’interno del Piano di Indagine, con tutte le complessità che il mercurio comporta”.
Giancarlo Marchetti di ARPA Umbria ha analizzato gli aspetti tecnici del problema. “Bisogna marcare la differenza tra intervento di bonifica e danno ambientale e se esitono le condizioni per intervenire. Il problema del mercurio pare sia iniziato inprevalenza in Toscana dalle miniere del monte Amiata. Da li i detriti sono arrivati al fiume Paglia, poi al Tevere fino al mar Tirreno. Da oltre trent’anni le miniere sono chiuse ma i detriti continuano a venire trasportati.
Bisogna utilizzare 5 unità su cui mappare i tratti interessati da analizzare morfologicamente:
-Tratto del Paglia -Tratto del Monterubiaglio -Tratto di Alviano -Tratto da Alviano a Orte -Tratto da Orte al Tevere. Verranno poi eseguite analisi su alimenti , ortaggi e frutta, per il rischio di irrigazioni con acque contaminate e possibili analisi dell’aria“.

Cesare Fagotti di ARPA Toscana si è occupato di analisi del monitoraggio. “Il lavoro della Toscana si concentrerà sul reticolato minore per vedere se è ancora attivo un trasporto di mercurio o se c’è solo uno spostamento di detriti”. Prima degli interventi del pubblico e della fine dei lavori, Vito Consoli , Direzione Regionale Ambiente e Sistemi Naturali, ha tirato le fila della mattinata. “Il valore di metodo come è già stato detto è preponderante, problemi ambientali si affrontano in maniera congiunta o non si affrontano per nulla. Quello di oggi è stato un incontro realizzato non alla fine ma durante lo svolgimento dei
lavori, proprio per il suo valore di trasparenza informazione. Per un tema complesso come quello del mercurio nel Paglia sono impossibili interventi da bacchetta magica, ma interventi seri e prudenti che possano limitare il problema e portare fino allo zero l’inquinamento”.

Il Piano di Indagine

Il monitoraggio dovrà: verificare lo stato di contaminazione da  mercurio nei diversi ambiti territoriali e nei principali elementi-bersaglio; ricostruire la dinamica del fenomeno; identificare i potenziali interventi conseguenti ai risultati del piano.

Le possibili Azioni conseguenti ai risultati sono rappresentate da: misure provvisorie e contingibili a tutela della salute umana, compresa l’eventuale rimodulazione di quelle già messe in atto in forma autonoma; identificare le più corrette procedure amministrative d’azione anche ai fini del reperimento delle necessarie risorse economiche; azioni strutturali (qualora necessario) da mettere in campo al fine di riportare le concentrazioni di sostanze inquinanti presenti nel suolo, sottosuolo ed acque sotterranee e superficiali entro soglie tali da non comportare rischio sanitario e garantire l’assenza di esportazione di contaminazione.

Come emerge dalla letteratura scientifica, le origini della presenza del Mercurio nel fiume Paglia risulta principalmente attribuibile alle attività estrattive presenti nell’area sud del Monte Amiata ed ora terminate. Il distretto minerario del monte Amiata ha rappresentato il quarto sito estrattivo al mondo con una produzione di circa 102.000 tonnellate di Mercurio dal 1860 al 1980. Il fiume Paglia ha un ruolo chiave nel trasporto del Mercurio in quanto drena buon parte dell’area mineraria. Il fiume Tevere,  in virtù del contributo proveniente dal Paglia, può essere potenzialmente considerato uno dei maggiori contribuenti alla presenza di Mercurio nel mare Tirreno. Studi scientifici evidenziano che  ad oltre 30 anni dalla chiusura del polo minerario, continuano ad essere presenti sull’ambiente effetti di diffusione, anche a distanza lungo il reticolo idrografico, di Mercurio.

Il Piano di indagine integrato condiviso tra Ambito di Bacino Tevere, le tre Regioni e le tre Arpa è finalizzato a progettare le specifiche attività del monitoraggio previsto dall’art. 8 della Direttiva n. 2000/60/CE integrate con valutazioni ambientali e sanitarie su suolo, sedimenti e alimenti che investono l’intera piana alluvionale del Paglia e la porzione del Tevere a valle della confluenza fino alla traversa di Nazzano.

L’area di indagine è suddivisa in 5 unità, ritenute significativamente omogenee al loro interno. 

Primo tratto: dalle origini sino allo sbocco nella pianura alluvionale di Monterubiaglio Allerona; (caratterizzato da un regime fluviale di carattere tipicamente torrentizio con poco materiale sedimentato). Sarà posta attenzione agli apporti degli affluenti laterali del Paglia provenienti dalle sorgenti primarie di contaminazione ubicate intorno al Monte Amiata.

Secondo tratto: da Monterubiaglio – Allerona sino ad Alviano, caratterizzato da depositi e terrazzamenti alluvionali con un’estensione longitudinale al Paglia fino ad un paio di chilometri.

Terzo tratto: ingresso alla zona umida di Alviano ed uscita Alviano, per verificare la presenza del mercurio nei sedimenti e eventuali dinamiche di accumulo.

Quarto Tratto: dal Tevere dopo Alviano sino alla confluenza con il Fiume Nera ad Orte, caratterizzato da uno scorrimento del fiume a tratti meandriforme in depositi alluvionali consistenti e di buona larghezza.

Quinto Tratto: da Orte, confluenza del Fiume Nera sino all’invaso di Nazzano.

Quanto alle Azioni previste all’interno di ciascuna delle unità saranno i definiti i profili geomorfologici, trasversali al tratto fluviale, con la ricostruzione dei terrazzi e delle aree interessate da alluvioni recenti; sui profili più significativi saranno definiti dei transetti dove eseguire campionamenti nelle varie unità geomorfologiche delle varie matrici ambientali e alimentari quali: Analisi di sedimenti fluviali e di terrazzo; Analisi di acque di pozzo e di fiume; Analisi di ortaggi, frutta; Analisi di Hg in aria e flussi dal suolo; Analisi nei pesci; Attività di phytoscreening.

Costituiscono attività preliminari il: Censimento delle miniere con presenza di cinabro e forni di arrostimento; il Censimento delle gallerie minerarie di drenaggio; la Verifica dello stato amministrativo delle bonifiche; la Valutazione (su tutto il bacino) della presenza di fonti potenziali di origine antropica e la Valutazione di fonti naturali di mercurio e dei livelli dei valori di fondo naturali.


da COMUNE DI ORVIETO (qui il link diretto)

Verifica dello stato di contaminazione da mercurio nelle aste fluviali dei fiumi Paglia e Tevere

Presentato ad Orvieto il Piano di indagine condotta dalle Regioni Umbria, Toscana e Lazio e le rispettive ARPA con il coordinamento dell’Autorità di Bacino del Tevere. Il piano di monitoraggio integrato partirà quest’anno

COMUNICATO STAMPA n. 012/17 G.M. del 09.01.17 
Avviata l’indagine sulla presenza di Mercurio nel Paglia e Tevere 
• Il Piano di indagine è condotto dalle Regioni Umbria, Toscana e Lazio con le rispettive ARPA ed è coordinato dall’Autorità di Bacino del Tevere  
• Gli esiti dell’incontro di informazione pubblica svoltosi oggi ad Orvieto 
(ON/AF) – ORVIETO – Si è svolto questa mattina in Comune l’annunciato incontro di informazione pubblica sulla prima fase del Piano d’indagine nelle aste fluviali del Fiume Paglia e Fiume Tevere per la verifica dello stato di contaminazione da mercurio a conclusione dell’indagine conoscitiva sullo stato di contaminazione da Mercurio dei fiumi Paglia e Tevere coordinata dall’Autorità di Bacino del Tevere con il coinvolgimento delle strutture tecniche delle Regioni Toscana, Umbria e Lazio e delle rispettiva ARPA e la partecipazione del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.
Infatti, a seguito della richiesta di attivazione della normativa sul danno ambientale, ai sensi dell’art. 309 del D.Lgs. n. 152/06 rivolta dalla Regione Umbria al Ministero dell’Ambiente, e attraverso il coordinamento dell’Autorità di bacino del Tevere, le Regioni Toscana, Umbria e Lazio hanno incaricato le rispettive Agenzie di protezione ambientale (ARPA) di elaborare un piano di indagine integrato per la verifica dello stato di contaminazione da mercurio al fine di progettare le specifiche attività del monitoraggio previsto dalla Direttiva 2000/60/CE integrate con valutazioni ambientali e sanitarie su suolo, sedimenti e alimenti che investono l’intera piano alluvionale del paglia e la porzione del Tevere a valle della confluenza fino alla traversa di Nazzano. 
I lavori, coordinati da Giorgio Cesari – Autorità di bacino del fiume Tevere, sono stati aperti dai saluti del Sindaco di Orvieto, Giuseppe Germani e dall’Assessore regionale Fernanda Cecchini, assenti giustificati da altri impegni istituzionali nelle rispettive regioni, gli Assessori Regionali Federica Fratoni (Toscana) e Mauro Buschini (Lazio) e il rappresentante del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare Francesco Gigliani. 
“In questi mesi – ha detto il Sindaco, Giuseppe Germani nel ringraziare i partecipanti – si è lavorato ad un problema che emerge da tempo e rispetto al quale cerchiamo tutti di capire il fenomeno per trovare le soluzioni più idonee. Desidero aprire questa giornata ricordando il Prof. Roberto Minervini che sui temi dell’ambiente si è speso molto e che è scomparso in questi giorni. Oggi cercheremo di entrare su un tema in cui spesso si è parlato a sproposito. Tre regioni che si mettono insieme per affrontarlo è un primo elemento della metodologia che intendiamo portare avanti. Insieme, le tre ARPA stanno portando avanti una grande indagine per fornirci gli elementi scientifici necessari ad affrontare il problema. In questa zona abbiamo investito molto sull’ambiente la cui salvaguardia ci interessa particolarmente. Oggi dovremo capire anche dove andare a reperire le risorse e quali prerogative sviluppare, ma anche il percorso su cui lavorare per raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati. L’Amministrazione Comunale di Orvieto è a disposizione con tutto quello che può fare possiamo, anche nel contesto del programma del ‘Contratto di Fiume’ che può essere di grande aiuto all’obiettivo di questa azione congiunta”.
“Gli obiettivi sono anche quelli della Regione Umbria – ha affermato l’Assessore All’Ambiente, Fernanda Cecchinima prima di approntare interventi di bonifica occorre capire lo stato delle cose. Siamo una regione che ha tra le sue punte di diamante la qualità dell’ambiente, quindi per noi portare avanti una politica volta a monitorare ed intervenire è straordinariamente importante. Questo lavoro coincide con il piano di aggiornamento della qualità delle acque che comprende un lavoro corposo ed una situazione che vede la maggioranza dei nostri corsi d’acqua attestarsi su caratteristiche positive. L’attività estrattiva sull’Amiata durata per circa 120 anni se da un lato ha sostenuto le stagioni di progresso, a distanza di 40 anni dalla chiusura dell’ultima miniera ad Abbadia San Salvatore, sta procurando preoccupazioni per il livello di sedimenti di mercurio. Rispetto alle preoccupazioni e ai dati reali del territorio è giusto fare sintesi su questo fenomeno e dare informazioni certificate alla comunità perché ci sia la consapevolezza di come stanno le cose. Regioni, ARPA ed Autorità di Bacino hanno il compito di studiare e mettere a disposizione i risultati. Abbiamo fatto quello che le Istituzioni possono fare per mettere al lavoro quanti ne hanno competenza. I primi risultati ci sono e vanno confrontati con altri elementi. Per fare questo occorre l’individuazione delle risorse necessarie”.
Diego Zurli (Regione Umbria) ha posto in evidenza il metodo di lavoro che dovrebbe essere replicato per tutti i vari aspetti riguardanti i fiume Paglia, ovvero: “ci sono più soggetti riuniti per affrontare un sistema complesso che richiede approfondimenti e valutazioni da condividere con altri territori. Sarebbe importante istituire un primo tavolo di lavoro per affrontare in un’ottica più ampia un tema che ha un valore su scala non solo locale ma nazionale. Penso al tema del rischio idraulico, al trasporto dei sedimenti, al tema delle dighe”. Sollecitazione subito accolta dal rappresentante dell’Autorità di bacino del fiume Tevere, Giorgio Cesari. 
Sempre in rappresentanza dell’Autorità di bacino, Remo Pelillo ha ricordato che “siamo in una fase di passaggio tra Bacino e Distretto Idrografico dell’Appennino Centrale. Nel prosieguo di questo importante lavoro di studio, l’indagine dovrà essere allargata al Fiora. Grazie al rapporto di collaborazione e progettazione condivisa tra le varie ARPA e le Regioni si porrà l’accento dalle concentrazioni ai carichi inquinanti che, in qualche modo, vengono inseriti o naturalmente o attraverso le attività umane. La questione dei carichi è essenziale poiché la Commissione Europea su questo aspetto non fa sconti. Questo studio è il primo di una serie di valutazioni. Il valore medio è un valore atteso che non è detto che arrivi. La varianza dei fenomeni naturali insieme al valore medio dà la misura della complessità del sistema. Il piano di indagine consentirà di vedere le misure da attuare già nel 2017. L’inventario delle emissioni degli scarichi è l’altro tema che lo studio dovrà affrontare per controllare le fonti di inquinamento. C’è poi la necessità di allineare il catasto dei prelievi idrici. Come Autorità di Bacino saremo impegnati nel raccordo del lavoro delle tre regioni”.
 
I passaggi operativi della prima indagine documentale realizzata in collaborazione con il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Firenze per verificare l’origine e l’entità della presenza di Mercurio, sono stati riassunti dall’Ing. Sandro Posati della Regione Umbria il quale ha ricordato che lo scorso agosto, il Comune di Orvieto ha costituito il gruppo tecnico operativo composto da vari rappresentanti delle Istituzioni con compiti di condivisione, monitoraggio ed informazione al territorio sulle attività tecniche conoscitive messe in atto da varie Amministrazioni  inerenti sia le matrici ambientali che gli eventuali impatti sulla salute pubblica, nonché sulle possibili  ipotesi di intervento per la mitigazione del rischio. In seguito, Arpa Umbria ha sensibilizzato l’Autorità di bacino del Tevere che la stessa ha posto all’ordine del giorno del comitato tecnico alla presenza delle Regioni e del Ministero dell’Ambiente. Le Regioni hanno dato mandato alle Agenzie di protezione ambientale di Toscana, Umbria e Lazio di predisporre un programma di attività condiviso, al fine di esaminare nelle matrici ambientali, e in prima battuta in alcune matrici alimentari, la presenza del mercurio lungo il corso del Fiume Paglia e del Fiume Tevere. Altro tema trattato nel programma di indagine è quello relativo all’uso di tecniche sperimentali per la mitigazione e riduzione della presenza di tale inquinante nelle sue forme più dannose per la salute umana. La Regione Umbria si è impegnata a collaborare e contribuire con 50 mila Euro per annualità 2017 alle varie fasi dello studio. 
Degli obiettivi del monitoraggio vero e proprio, da svilupparsi anche per successive fasi di affinamento in relazione ai risultati intermedi conseguiti, ha parlato Giancarlo Marchetti di ARPA Umbria. 
Il Piano di Indagine
Il monitoraggio dovrà: verificare lo stato di contaminazione da  mercurio nei diversi ambiti territoriali e nei principali elementi-bersaglio; ricostruire la dinamica del fenomeno; identificare i potenziali interventi conseguenti ai risultati del piano.
Le possibili Azioni conseguenti ai risultati sono rappresentate da: misure provvisorie e contingibili a tutela della salute umana, compresa l’eventuale rimodulazione di quelle già messe in atto in forma autonoma; identificare le più corrette procedure amministrative d’azione anche ai fini del reperimento delle necessarie risorse economiche; azioni strutturali (qualora necessario) da mettere in campo al fine di riportare le concentrazioni di sostanze inquinanti presenti nel suolo, sottosuolo ed acque sotterranee e superficiali entro soglie tali da non comportare rischio sanitario e garantire l’assenza di esportazione di contaminazione. 
Come emerge dalla letteratura scientifica, le origini della presenza del Mercurio nel fiume Paglia risulta principalmente attribuibile alle attività estrattive presenti nell’area sud del Monte Amiata ed ora terminate. Il distretto minerario del monte Amiata ha rappresentato il quarto sito estrattivo al mondo con una produzione di circa 102.000 tonnellate di Mercurio dal 1860 al 1980. Il fiume Paglia ha un ruolo chiave nel trasporto del Mercurio in quanto drena buon parte dell’area mineraria. Il fiume Tevere,  in virtù del contributo proveniente dal Paglia, può essere potenzialmente considerato uno dei maggiori contribuenti alla presenza di Mercurio nel mare Tirreno. Studi scientifici evidenziano che  ad oltre 30 anni dalla chiusura del polo minerario, continuano ad essere presenti sull’ambiente effetti di diffusione, anche a distanza lungo il reticolo idrografico, di Mercurio. 
Il Piano di indagine integrato condiviso tra Ambito di Bacino Tevere, le tre Regioni e le tre Arpa è finalizzato a progettare le specifiche attività del monitoraggio previsto dall’art. 8 della Direttiva n. 2000/60/CE integrate con valutazioni ambientali e sanitarie su suolo, sedimenti e alimenti che investono l’intera piana alluvionale del Paglia e la porzione del Tevere a valle della confluenza fino alla traversa di Nazzano.
L’area di indagine è suddivisa in 5 unità, ritenute significativamente omogenee al loro interno. 
Primo tratto: dalle origini sino allo sbocco nella pianura alluvionale di Monterubiaglio Allerona; (caratterizzato da un regime fluviale di carattere tipicamente torrentizio con poco materiale sedimentato). Sarà posta attenzione agli apporti degli affluenti laterali del Paglia provenienti dalle sorgenti primarie di contaminazione ubicate intorno al Monte Amiata.
Secondo tratto: da Monterubiaglio – Allerona sino ad Alviano, caratterizzato da depositi e terrazzamenti alluvionali con un’estensione longitudinale al Paglia fino ad un paio di chilometri.
Terzo tratto: ingresso alla zona umida di Alviano ed uscita Alviano, per verificare la presenza del mercurio nei sedimenti e eventuali dinamiche di accumulo.
Quarto Tratto: dal Tevere dopo Alviano sino alla confluenza con il Fiume Nera ad Orte, caratterizzato da uno scorrimento del fiume a tratti meandriforme in depositi alluvionali consistenti e di buona larghezza.
Quinto Tratto: da Orte, confluenza del Fiume Nera sino all’invaso di Nazzano.
Quanto alle Azioni previste all’interno di ciascuna delle unità saranno i definiti i profili geomorfologici, trasversali al tratto fluviale, con la ricostruzione dei terrazzi e delle aree interessate da alluvioni recenti; sui profili più significativi saranno definiti dei transetti dove eseguire campionamenti nelle varie unità geomorfologiche delle varie matrici ambientali e alimentari quali: Analisi di sedimenti fluviali e di terrazzo; Analisi di acque di pozzo e di fiume; Analisi di ortaggi, frutta; Analisi di Hg in aria e flussi dal suolo; Analisi nei pesci; Attività di phytoscreening.
Costituiscono attività preliminari il: Censimento delle miniere con presenza di cinabro e forni di arrostimento; il Censimento delle gallerie minerarie di drenaggio; la Verifica dello stato amministrativo delle bonifiche; la Valutazione (su tutto il bacino) della presenza di fonti potenziali di origine antropica e la Valutazione di fonti naturali di mercurio e dei livelli dei valori di fondo naturali. 
 “Dal momento che le principali miniere di mercurio del comprensorio dell’Amiata insistono prevalentemente nel fiume Paglia e nel bacino del Fiora, oltre all’attività di monitoraggio e censimento delle miniere e delle gallerie minerarie di drenaggio, e sulla presenza di fonti antropiche – ha poi evidenziato Cesare Fagotti di ARPA Toscana – la Regione Toscana si concentrerà soprattutto nel vedere se c’è ancora un trasporto di mercurio. Il costo complessivo della ricerca è di 253.600 mila euro non ancora tutto finanziato ma in parte sì. Anche Regione Toscana ha deliberato risorse”.
“La recente normativa europea – ha precisato Angiolo Martinelli di ARPA Lazio – ha introdotto per alcune sostanze, tra cui il mercurio, non solo la valutazione attraverso l’acqua ma attraverso tessuti organici (pesci), sarà questa pertanto una indicazione che verrà integrata nel Piano. Si arriverà a prendere in considerazione fenomeni di accumulo e trasferimento, ricostruendo il transito del trasporto di mercurio e in quale forma attraverso stazioni di campionamento. Già nel 2017 si potranno verificare le condizioni di maggiore/minore criticità. Uno studio deve darsi un obiettivo, una tempistica e delle risorse. Questo è il lavoro centrale che dovrà essere integrato da altre conoscenze inerenti il corridoio fluviale. Al fine di verificare tutte le possibili fonti di emissione di mercurio, si sono una serie di strumenti come ad esempio i piani regionali di inquinamento dell’aria. Il quadro delle conoscenze va costruito. Il CNR/Istituto Inquinamento Atmosferico sta procedendo all’aggiornamento dell’inventario delle emissioni che sarà utile per riportare a scala locale le valutazioni che emergono”.
Nel portare i saluti dell’Assessore regionale all’Ambiente della Regione Lazio, il rappresentante della Direzione Regionale Ambiente e Sistemi Naturali, Vito Consoli ha ringraziato l’Autorità di Bacino del Tevere per l’opportunità che è stata data di lavorare unendo tre regioni. “Dal punto di vista ambientale – ha sottolineato – le cose vanno affrontate solo in maniera integrata. Quello di oggi quindi è un incontro molto opportuno che spiega come ci muoveremo. Una metodologia da seguire nel tempo per informare la gente su come si sta andando avanti  in quanto trasparenza significa anche questo, e non parlare soltanto alla fine di un percorso. Quello su cui stiamo lavorando è un piano di indagine serio. Come Regione Lazio lo approveremo prossimamente. Le risorse sono già postate nel bilancio precisando che si tratta delle risorse necessarie a partire. Allo studio dovrà seguire un piano di intervento che dovrà essere altrettanto serio ed anche molto prudente perché si tratta di un problema complesso che richiede un processo di comunicazione e trasparenza”. 
 
La fase del dibattito, prevista a conclusione dell’incontro informativo, è stata arricchita dai contributi di:
Francesco Biondi (geologo) che ha detto di aspettarsi un maggiore coinvolgimento delle Associazioni. “Colpisce – ha aggiunto – la pochezza dei soldi che vengono elargiti dalle Regioni: 50 mila euro sono briciole. Le regioni, se comprendono veramente il problema, devono investire di più. il mio è un appello in questa direzione dimostrando di voler portare avanti un impegno serio”.
 
“Le azioni coordinate dal basso hanno prodotto dei risultati – ha detto Endro Martini coordinamento tecnico del “Contratto di fiume Paglia” affidato ad Alta Scuola – dato che il tema è interregionale è in calendario l’idea di chiedere un comitato istituzionale dell’Autorità di Bacino affinché da questa istituzione venga un cofinanziamento del progetto. Sarebbe auspicabile che anche nel lavoro del contratto di fiume articolato su quattro tavoli tematici, proseguisse il modo di lavorare insieme. Infatti all’interno del Contratto di Fiume potrebbero essere affrontate altre tematiche pari a quella del mercurio. Da ultimo sarebbe interessante sensibilizzare le tre regioni per una indagine parallela da farsi da parte delle USL sulle patologie mercurio collegate”.
 
“L’Autorità di Bacino è presente nei contratti di fiume – ha precisato Giorgio Cesariil comitato istituzionale è stato richiesto da questa Autorità al Ministero Ambiente. La questione partecipativa è prevista mentre la direttiva sul monitoraggio prevede il raccordo con il Ministero della Sanità. Stiamo parlando di un piano di indagine che è stato avviato. Abbiamo previsto di individuare altri momenti di partecipazione pubblica insieme con le altre regioni”.
 
“Esiste il problema storico e quello del completamento della bonifica dell’area mineraria dell’Amiata su cui tutte le tre regioni devono insistere – ha sostenuto Velio Arezzini rappresentante del Comitato cittadini di Abbadia San Salvatore – abbiamo chiesto che le bonifiche fossero gestir dai Comuni piuttosto che di Eni, perché è possibile riappropriarsi di pezzi del territorio bonificato. Oggi i responsabili della bonifica sono gli Enti Locali ma le risorse sono insufficienti. Fino ad oggi, nella zona dell’Amiata,  sono stati spesi circa 7 mln e resta fuori il lotto dei forni  i cui lavori dovrebbero iniziare nel 2018. Parlare ancora di inquinamento del Paglia dovuto alla miniera è una cosa ormai in via di superamento, si parla invece molto poco di geotermia che noi al contrario riteniamo sia un fenomeno non trascurabile e molto più inquinante”.
“La corretta metodologia di indagine da estendere in un fascia molto più ampia dell’attuale alveo attivo del fiume non può prescindere dall’analisi storica” ha dichiarato Corrado Cencetti del Dipartimento di Fisica e Geologia dell’Università di Perugia.
“Riconosco l’impegno del Sindaco che, da noi sollecitato, ha promosso questo incontro – ha dichiarato Lucia Vergaglia, Capogruppo M5S al Comune di Orvieto – vorrei sapere se questo studio approfondirà anche l’incidenza sul nostro territorio di alcune patologie riconducibili a determinate sostanze (patologie del sistema neurovegetativo, autismo), ciò al fine delle prevenzione”. Alla domanda ha risposto Giancarlo Marchetti che ha riferito “Il Ministero della salute ha introdotto nel Piano Nazionale della Prevenzione per la prima volta il tema ambiente e salute; anche la regione ha approvato il Piano regionale istituendo un Osservatorio Ambiente e Salute e in quell’ambito andranno confrontati i dati (evidenze di carattere sanitario e evidenze di carattere ambientale per eventuali approfondimenti epidemiologici)”. 
La “raccomandazione affinché i risultati dello studio siano rapidi per fugare ogni ansia fra i cittadini” è giunta da Valentino Maggirappresentante dei pescatori sportivi del bacino del Paglia.  
A conclusione dei lavori, il Sindaco, Giuseppe Germani ha detto: “fino a qualche tempo fa nemmeno sapevamo con chi iniziare ad interloquire, oggi invece possiamo dire di essere finalmente partiti con uno studio scientifico che riguarda un territorio ampio del Centro Italia, effettuato da da tre Regioni. Nella Regione Umbria, nelle altre regioni e nelle ARPA abbiamo trovato le interlocuzioni necessarie. Sulla geotermia mi limito a ricordare che dai Comuni dell’Orvietano è giunto un NO chiaro. Dovremo impegnarci ancora per far sì che la pratica della condivisione fra le Istituzioni diventi una metodologia di lavoro ricorrente”. 
 

SCARICA IL “Piano di indagine nelle aste fluviali del F. Paglia e F. Tevere per la verifica dello stato di contaminazione da mercurio”

 
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E’ morto il professor Roberto Minervini, prezioso collaboratore dei comitati

Con immenso dolore comunico che si è spento ieri, all’Ospedale di Terni, il professore Roberto Minervini.

I funerali si terranno domani 4 gennaio 2017 alle ore 15.00 nella chiesa di Benano (all’interno del borgo).

Biologo marino, insegnante universitario, presidente del comitato scientifico di Accademia Kronos, animatore del coordinamento dei comitati e delle associazioni dell’Orvietano, della Tuscia e del Lago di Bolsena. Autore di libri di successo, ci piace ricordare il suo “E venne primavera” particolarmente sospeso tra il mondo della città e della campagna. Animatore fino all’ultimo delle battaglie per un diverso modello di sviluppo, aveva diretto il recente convegno di Acquapendente contro la geotermia speculativa sull’Alfina.

A chi gli diceva di essere “ambientalista” rispondeva che lui si riteneva -e lo era fino in fondo- un “naturalista”. 

Vittorio Fagioli – Rete NoGESI

Vogliamo ricordare il suo impegno con uno degli articoli da lui scritti nel 2007, quando lo abbiamo conosciuto: “La Renara: tra politica e polli colorati”.

 

ASSOCIAZIONE A P E ORVIETO
La Renara: tra politica e polli colorati

“De Ars Venandi cum Avibus” scriveva quel grande uomo di cultura che è stato Federico II, “De Ars Venandi…” “Sull’arte della caccia…” diceva appunto Federico, già nel tredicesimo secolo, a proposito del suo “manuale” in cui insegnava (ed insegna tuttora!) a cacciare con i falchi.

La caccia quindi vista come arte o almeno come quell’insieme di conoscenza, dedizione e sentimento che unisce le menti e scalda i cuori attorno ad un sentire comune. Ma può la caccia, ancora oggi, definirsi un’arte? Non ci sono dubbi: certamente no! O almeno non da noi. La caccia nel nostro Paese non può sicuramente aspirare ad avere un ruolo di alto rango fra le discipline che possono crear svago all’uomo in quanto, a nostro modesto ma risoluto parere, sono ormai troppo decadute quelle conoscenze “artigiane” se non artistiche che sottendono alla capacità di eccellere in una determinata disciplina. Come può esserci arte senza conoscenza?

In Paesi che la pensano diversamente da noi come la Francia la cultura della caccia ancora esiste e viene tutelata. In Francia infatti esistono tutt’ora i trappolatori, si pratica la caccia in tana e si va a caccia agli acquatici anche in barca (come logica vorrebbe) e si può fare la posta alle anatre anche di notte. Il tutto naturalmente con grande rigore pianificatorio, basato anche sulle tradizioni e consuetudini dei luoghi, e sulla base di dati raccolti anno dopo anno anche con la collaborazione degli stessi cacciatori e degli agricoltori. Così, in buona sostanza, si è consentita la sopravvivenza di pratiche di cattura della selvaggina che in qualche caso ci possono anche apparire imbarazzanti. Ma lo spirito che ha voluto consentire la caccia alla volpe o al tasso nelle tane con quei terribili cagnetti che sanno essere i Jack Russel e i bassotti o la caccia al tordo con quelle trappole micidiali che sono gli archetti è quello, totalmente privo di demagogia, che pone sullo stesso livello di importanza sia la salvaguardia della specie che il mantenimento delle tecniche maturate nella storia dell’uomo per catturarla. Quello che conta, se non si è degli animalisti convinti (ma anche, per coerenza, assolutamente vegetariani), è che la specie, comunque catturata, non sia in forte rarefazione.

Questa logica, sempre a nostro modesto parere, non fa una grinza a meno che non si voglia facilmente immaginare che una fucilata sia più pietosa di un archetto, dimenticando quante non poche sofferenze può generare una fucilata maldestra in un animale ferito. Forse, a questo proposito, vale la pena ricordare quanto asserisce un noto professore di Ecologia dell’Università Federico II di Napoli il quale spiega, a stupiti studenti cittadini, che in Natura la morte giunge quasi sempre in maniera violenta. Il lento declino di un animale, magari sostenuto dai propri simili, è noto solo per l’uomo. Probabilmente Walt Disney ed il suo cartone animato più famoso “Bamby” hanno fuorviato un’intera generazione contribuendo a scardinare quella conoscenza, o meglio quella cultura, che ci legava alla terra e al territorio e di cui la caccia, con i più sani principi di allora, faceva parte integrante.

In questo contesto di incultura nascono quindi questioni come quella dell’area di ripopolamento della Renara dove un manipolo di cacciatori ne rivendica l’apertura alla caccia.

La nostra Associazione, che ormai da tempo si batte per la salvaguardia paesaggistica ed il miglioramento della qualità della vita nel comprensorio di Orvieto, ha deciso di prendere posizione sulla questione in quanto riteniamo che l’apertura all’attività venatoria dell’area della Renara costituirebbe un ulteriore vulnus alla dequalificazione del territorio.

A causa infatti della cattiva gestione dell’attività faunistico-venatoria nell’intero comprensorio l’apertura della Renara non servirebbe assolutamente al miglioramento dell’attività venatoria. L’apertura infatti di aree in qualche modo interdette all’esercizio venatorio genera un beneficio per la caccia solo in maniera fortemente temporanea. Come i cacciatori ben sanno ci vuole molto poco, specie poi con controlli praticamente inesistenti, a spopolare un’area. Dopo una “ubriacatura” iniziale, a vantaggio perlopiù dei cacciatori maggiormente dotati di tempo libero, la Renara diverrebbe un altro angolo del nostro territorio caratterizzato da cronica povertà faunistica, sia per la stanziale che per la migratoria. Offrire più territorio ai cacciatori avrebbe senso solo in un contesto di contenuta pressione venatoria dove le specie oggetto di caccia potrebbero comunque avere il tempo e lo spazio per un progressivo recupero delle loro popolazioni. Lo testimonia il fatto che dagli anni ottanta ad oggi il numero dei cacciatori sul territorio nazionale si è ridotto a circa un terzo passando da oltre due milioni agli attuali settecentomila circa. Se si esclude la specie cinghiale ed altri ungulati, che hanno tra l’altro risvolti particolari nelle motivazioni che hanno consentito il loro sviluppo demografico, non si può certo dire che negli anni al drastico ridursi dei cacciatori sia poi corrisposto un sensibile aumento della selvaggina. Forse per le specie migratrici possono essere intervenuti un insieme di fattori che ne hanno limitato il recupero numerico, ma per le specie stanziali non può che essere determinato da gravi difetti di gestione.

Evidentemente la gestione delle risorse faunistiche naturali è materia complessa che non può essere praticata in maniera estemporanea o clientelare o per avere risonanza politica sul territorio.

Alla cronica impreparazione di molte Amministrazioni preposte alla gestione della caccia e della pesca si aggiunge quella della massa informe dei cacciatori, relegati per troppi anni in posizioni difensive, annichiliti dai colpi inferti dagli ambientalisti che hanno trovato nei cacciatori un comodo bersaglio per vincere facili, ma appariscenti battaglie politiche ignorando, probabilmente per calcolo politico, le grandi e sostanziali convergenze che avrebbero potuto unire ambientalisti e cacciatori (e pescatori) contro i veri nemici dell’ambiente quali l’inquinamento, l’abusivismo edilizio, l’elettrificazione senza rispetto del paesaggio, le cave, l’eccesso di chimica in agricoltura, il dissesto idrogeologico e, purtroppo, tanto altro ancora.

Come ci si può quindi stupire che risorga ancora un banale e potremmo definire primitivo contendere tra ambientalisti e cacciatori. Ancora una volta un tiro alla fune puerile su un problema che non c’è. La caccia è questione, in Umbria specialmente, di troppo largo interesse ed i contesti locali in cui sorgono ripetute querelle sono solo le avvisaglie di un malessere generale che coinvolge la gestione globale della caccia nella nostra Provincia.

Nel nostro comprensorio si commettono ancora errori gestionali madornali, ormai aboliti altrove. Da noi per effettuare i ripopolamenti di fagiani, pernici o altro (senza neanche troppi scrupoli di introdurre specie alloctone come la Ciukar) si usa “acclimatare” i giovani esemplari in recinti appositamente predisposti dai quali, dopo molte settimane di allevamento, verranno liberati. Il risultato è veramente penoso. A chi non è capitato infatti di vedere queste sparute nidiate di polli colorati che, prive sia dei genitori naturali che di quello adottivo (l’allevatore), girano senza meta e totalmente prive dei rudimenti essenziali per sopravvivere nell’ambiente libero. Cosa rimarrà alla caccia, quella vera intendiamo, di così scadente materiale biologico? Che fine hanno fatto i concetti base dell’Etologia che vogliono nell’apprendimento dei piccoli dagli adulti la base essenziale ed irrinunciabile per la loro sopravvivenza in Natura?

Povero Konrad Lorenz, il grande premio Nobel dell’Etologia si rivolterà nella tomba a sentire che misera fine hanno fatto le sue fondamentali scoperte sul comportamento animale.

Per migliorare il livello dell’attività venatoria riteniamo quindi che sia indispensabile tentare di ottimizzare le risorse finalizzandole al risultato e se si vuole offrire più territorio alla caccia libera queste aree non vanno requisite fra quelle interdette alla caccia, che comunque svolgono un sano ruolo di irraggiamento faunistico nelle aree limitrofe di selvaggina “vera”, basterebbe invece approfondire come vengono gestite le riserve faunistico-venatorie del comprensorio per verificare se effettuano i ripopolamenti previsti e se si attengono scrupolosamente alle prescrizioni previste in materia, probabilmente non sempre è così. Non si comprende infatti come mai attraversando una riserva di caccia in Toscana si vedono spessissimo fagiani al pascolo, mentre attraversando le riserve della nostra Provincia la visione di un fagiano o di una starna è un evento che desta profonda emozione per la sua unicità. Ebbene, volendo ricordare che la funzione delle aziende faunistico-venatorie non è solo quella di sottrarre territorio a molti per il vantaggio di pochi, suggeriamo che siano questi i territori da aprire alla caccia libera, si otterrebbero così due vantaggi: soddisfare le richieste di chi spera nell’ampliamento del proprio ambito venatorio ed eliminare una presenza parassitaria che favorisce pochi privilegiati non rispettosi delle regole.

In questo ci aspettiamo precise prese di posizione da parte dei politici e dei funzionari preposti, il tema è stimolante e un operare fattivo per affrontarlo, nell’interesse più generale e di sicuro e ampio riscontro, sarebbe foriero di consensi e di partecipazione dei tanti interessati.

A questo proposito c’è da aspettarsi comunque che anche i cacciatori escano dalle loro tane, sarebbe bello rivederli nei vecchi “Circoli della caccia” dove si giocava a carte e a biliardo e si raccontavano episodi, tra il vero ed il faceto, delle giornate di caccia.

Serate serene e rilassanti che aiutavano il vivere quotidiano e consentivano quegli scambi di opinioni e di informazioni di cui oggi si sente forte la mancanza. Le Associazioni venatorie hanno ormai completamente perso il contatto con i loro rappresentati, sono sostanzialmente diventate delle agenzie di assicurazioni, contano i propri affiliati in base alle polizze. Ma quali sono i momenti di confronto? A parte qualche pranzo e qualche sagra paesana non c’è dialogo, non c’è partecipazione.

Forse a molti sta bene così, ma la caccia, se la si vuole gestirla bene, è soprattutto, oggi più che mai, gestione territoriale fra agricoltori e cacciatori, con la partecipazione delle Associazioni che ne raccolgono le istanze. Non si ha l’impressione che nel nostro comprensorio la caccia venga gestita in questo modo, di conseguenza, per trovare un fagiano vero e non un pollo colorato o una lepre perfettamente inserita nel suo giusto territorio bisogna aprire la Renara e chissà quale altra area preclusa dove la Natura può permettersi di respirare.

Non dimentichiamo però che il suo respiro è la vita per tutti noi.

Prof. Roberto Minervini (Vice-Presidente APE)

Orvieto, 23.02.2007

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Geotermia toscana: dopo il referendum, moratoria o dimissioni

valigie-toscana-ars-arpatLa “interlocutoria” presentazione dei dati Ars e Arpat del 24 novembre da parte dell’assessora Fratoni forse prefigurava un diverso esito referendario che avrebbe dato maggiori poteri alla “politica” e meno ai cittadini. Così non è: si cambi politica energetica o si dimettano.

 

 

 

Non si capirebbe la giornata del 24 novembre a Firenze con la presentazione dei dati Ars e Arpat sulla questione geotermia in Amiata se non si tenesse conto anche di due importanti fattori:

1. il cambio della guardia con la sostituzione del direttore Ars Cipriani con Voller, come a settembre l’allontanamento di Sargentini e sostituzione con Verre -fortemente criticata in Consiglio regionale ed anche dal sindacato-, e l’uscita di scena dell’assessora all’ambiente e energia Bramerini sostituita dalla Fratoni;
2. il referendum costituzionale del 4 dicembre con la valanga di NO che ha impedito una involuzione decisionista ed autoritaria nel Paese.

La presentazione dei dati il 24 novembre 2016 (fonte Ars)

La presentazione dei dati il 24 novembre 2016

In merito allo strano turn over ai vertici delle Agenzie e Assessorato all’ambiente non si può non chiedersi come mai direttori e assessori vengano allontanati: per raggiunti limiti di età, per dimissioni volontarie, perchè hanno svolto male le loro funzioni, perchè ormai non sono più “utili” o perchè in rotta di collisione con l’amministrazione?
A noi pare un po’ di tutto questo e, relativamente alla vicenda geotermia Amiata, è evidente che sarebbe stato improponibile per i precedenti titolari sorvolare bellamente sull’aggiornamento dei dati di mortalità, dichiarare che va tutto bene e, smentendo se stessi, che si farà un nuovo studio dei cui esiti potremo sapere tra 10/15 anni, forse.
Ammesso pure che un ulteriore studio potrebbe essere più accurato dei precedenti, è inaccettabile tentare di passare un colpo di spugna dati e studi che loro stessi hanno prodotto e che, nel merito, ponevano la geotermia tra le possibili concause degli aumenti di mortalità e altre patologie, considerato peraltro che l’attuale direttore dell’Ars, Voller, aveva, proprio lui, nel 2012, presentato uno studio in cui si escludevano differenze di “stili di vita” tra la popolazione delle aree geotermiche e quella dei comuni entro 50 km(*): ci ha ripensato? ricominciamo il ritornello degli “stili di vita”?
Da evidenziare anche l’uso disinvolto di dati che, a voler pensare bene, sono perlomeno parziali e/o carenti; in particolare l’affermazione dei dati sull’ammoniaca che, a detta della Fratoni, ammonterebbero a 25 kg/h, mentre per le sole centrali di Bagnore tale emissioni ammonterebbero a 89,6 kg/h, dati 2015, evidenziando che per Bagnore 4 i dati riportati sono di una centrale a cui “mancava ancora vapore per essere definitivamente a regime”, che comunque significano 785.000 kg all’anno e un costo sanitario annuo aggiuntivo, stimato dalla CEE (Report Cafe) pari a più di 16 milioni di euro/anno.
Non si comprende neanche perchè, tra i parametri utilizzati per le emissioni di Acido solfidrico (o Idrogeno solforato, H2S), si usino parzialmente le “Linee guida qualità dell’aria per l’Europa, 2000” della WHO (World Health Organization) escludendo il parametro che indica che a tali emissioni “non dovrebbe essere consentito di superare il 7 µg/m3, con un periodo medio di 30 minuti”(**) e non si considerino affatti i limiti consigliati dall’Agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti (US EPA) che indicano come il valore limite per l’esposizione cronica è 2 µg/m3 per scongiurare lesioni alla mucosa olfattoria. O, meglio, alla luce della recente sentenza 718 del Tribunale di Siena forse si capisce bene, perchè tali parametri sostanziano emissioni dannose solo nel lungo periodo, ma che comunque evidenziano “la lesione del diritto al normale svolgimento della vita familiare all’interno della propria casa di abitazione e del diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita quotidiane sono pregiudizi apprezzabili in termini di danno non patrimoniale” (Cass. n. 7875 del 2009; Cass. n. 26899 del 2014), in contrasto con il diritto al rispetto della propria vita privata e familiare è uno dei diritti protetti dalla Convenzione europea dei diritti umani (art. 8).
Altrettanto grave è l’omissione degli aggiornamenti dei dati delle emissioni delle centrali da parte di Arpat -che ha “promesso” la loro pubblicazione a dicembre- e l’aggiornamento dell’Allegato 6 (Analisi dei ricoverati e analisi della mortalità) da parte di Ars, come anche non aver tenuto in nessun conto il pur autorevole studio Basosi-Bravi sulle centrali geotermoelettriche dell’Amiata.

Ma il tentativo dell’assessora Fratoni supportata da Ars e Arpat poteva essere, come abbiamo immediatamente denunciato, il tentativo di “far passare la nottata” del referendum del 4 dicembre, con la (vana) speranza che una vittoria del fronte del SI’ avrebbe dato più potere agli apparati e meno ai cittadini consentendogli quindi di proseguire a menare il can per l’aia senza pagare pegno e, soprattutto, consentendo la prosecuzione dell’attività geotermica senza ulteriori “lacci e lacciuoli” e proteste dei “quattro comitatini”.
Così non è stato, per fortuna dei cittadini, e in Toscana, pur in presenza di un PD ed altre lobbies schierate nel fronte del Sì, hanno raccimolato solo uno scricchiolante 52,5% che suona come una sveglia per il partito che da sempre governa questa regione e

Santa Fiora 22 gennaio 2015, sindaci, Ars e Arpat

Santa Fiora, 22 gennaio 2015: sindaci, Ars e Arpat

che per la prima volta vede in reale pericolo il suo potere; ancora più significativo è il risultato in Amiata dove le direttive di partito sono rispettate dappertutto tranne a Santa Fiora ed Arcidosso, due importanti comuni dove però si pagano proprio gli effetti delle centrali di Bagnore, dove i sindaci sono apertamente schierati con l’Enel contro i loro stessi cittadini.

E’ evidente che Rossi e la sua giunta si trovano di fronte ad un bivio storico: perseverare nelle medesime miopi politiche ambientali ed economiche che ignorano il disagio e le proteste che arrivano dai territori e che li porteranno dritti verso una debacle elettorale, oppure cambiare decisamente rotta attuando politiche che guardino agli interessi dei cittadini e dell’ambiente e non agli appetiti delle lobbies e delle multinazionali.

E’ inaccettabile che dopo oltre 15 anni di studi non solo non si dica con chiarezza le cause dell’eccesso di mortalità e patologie in Amiata, né si aggiornino i dati, ma si azzeri tutto per avviare un nuovo studio che -quello sì- ci darà risposte, ma tra altri 10/15 anni. Noi non ci stiamo.
Se per tutti questi anni siamo stati presi in giro da degli incapaci ed è quindi necessario un nuovo studio, esigiamo la moratoria generale di ogni attività geotermica esistente e di progetto in attesa dei nuovi risultati, oppure le dimissioni dell’intera giunta regionale e dei vertici di Ars e Arpat che quei dati hanno fornito.

Sos Geotermia aderente alla Rete NoGESI

Note:

(*) https://sosgeotermia.noblogs.org/files/2012/02/20121025_ARS_Voller_STILI-DI-VITA.zip
“Il confronto tra la popolazione residente nei comuni delle due aree geotermiche e quella dell’area non geotermica compresa entro 50 chilometri dall’area geotermica, non rivela differenze rilevanti rispetto alle caratteristiche socio demografiche e agli stili di vita (fumo, alcol, dieta, attività fisica).”

(**) limite adottato dalla Nuova Zelanda, paese anch’esso geotermico.


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